Feb 19, 2013 - SOCIETA' DEMOCRATICA    No Comments

La democrazia contiene il seme delle dittature

Nel corso della storia, in tutti i casi in cui è stata applicata la democrazia come forma di governo, presto o tardi la società e’ sempre andata a finire in una guerra civile oppure in una dittatura.

La strada e’ quasi sempre la stessa che si adatta al tempo in cui si verifica.

Potrebbe funzionare un esercito che eleggesse democraticamente i generali? probabilmente verrebbero eletti quelli che farebbero stancare meno il plotone destinandolo ad essere sconfitto.

Il vaticano che eleggesse democraticamente il suo Papa non avrebbe sicuramente vissuto 2000 anni oltrepassando invasioni barbariche, guerre, rivoluzioni francesi e comuniste.

Non è utile lasciare accesso alle decisioni a chi non segue gli avvenimenti, la storia e la politica.

cosa succederebbe se si votasse per la nazionale di calcio includendo tra i votanti anche chi non ha mai visto una partita e nemmeno conoscere il regolamento?

I popoli hanno bisogno di guide. Lo starnazzare di galline e’ infruttuoso e gli animali piu sono stupidi e piu hanno bisogno di un gallo.

Feb 15, 2013 - opinioni    No Comments

Bisogna sempre fare un back up

Pensare di poter riformulare gli ideali rispetto a quelli dei genitori ha fatto si che gli ideali sparissero in assoluto. Come cancellare un file pensando di rifarlo meglio e poi quando ci si accorge che il precedente era migliore non si e’ in grado di recuperarlo

Gen 19, 2013 - Articoli da conservare    No Comments

Come è stata svenduta l’Italia

di Antonella Randazzo per www.disinformazione.it – 12 marzo 2007

 

Era il 1992, all’improvviso un’intera classe politica dirigente crollava sotto i colpi delle indagini giudiziarie. Da oltre quarant’anni era stata al potere. Gli italiani avevano sospettato a lungo che il sistema politico si basasse sulla corruzione e sul clientelismo. Ma nulla aveva potuto scalfirlo. Né le denunce, né le proteste popolari (talvolta represse nel sangue), né i casi di connivenza con la mafia, che di tanto in tanto salivano alla cronaca. Ma ecco che, improvvisamente, il sistema crollava.
Cos’era successo da fare in modo che gli italiani potessero avere, inaspettatamente, la soddisfazione di constatare che i loro sospetti sulla corruzione del sistema politico erano reali?

 

Mentre l’attenzione degli italiani era puntata sullo scandalo delle tangenti, il governo italiano stava prendendo decisioni importantissime per il futuro del paese.
Con l’uragano di “Tangentopoli” gli italiani credettero che potesse iniziare un periodo migliore per l’Italia. Ma in segreto, il governo stava attuando politiche che avrebbero peggiorato il futuro del paese. Numerose aziende saranno svendute, persino la Banca d’Italia sarà messa in vendita. La svendita venne chiamata “privatizzazione”.

 

Il 1992 fu un anno di allarme e di segretezza. L’allora Ministro degli Interni Vincenzo Scotti, il 16 marzo, lanciò un allarme a tutti i prefetti, temendo una serie di attacchi contro la democrazia italiana. Gli attacchi previsti da Scotti erano eventi come l’uccisione di politici o il rapimento del presidente della Repubblica. Gli attacchi ci furono, e andarono a buon fine, ma non si trattò degli eventi previsti dal Ministro degli Interni. L’attacco alla democrazia fu assai più nascosto e destabilizzante.

 

Nel maggio del 1992, Giovanni Falcone venne ucciso dalla mafia. Egli stava indagando sui flussi di denaro sporco, e la pista stava portando a risultati che potevano collegare la mafia ad importanti circuiti finanziari internazionali. Falcone aveva anche scoperto che alcuni personaggi prestigiosi di Palermo erano affiliati ad alcune logge massoniche di rito scozzese, a cui appartenevano anche diversi mafiosi, ad esempio Giovanni Lo Cascio. La pista delle logge correva parallela a quella dei circuiti finanziari, e avrebbe portato a risultati certi, se Falcone non fosse stato ucciso.

 

Su Falcone erano state diffuse calunnie che cercavano di capovolgere la realtà di un magistrato integro. La gente intuiva che le istituzioni non lo avevano protetto. Ciò emerse anche durante il suo funerale, quando gli agenti di polizia si posizionarono davanti alle bare, impedendo a chiunque di avvicinarsi. Qualcuno gridò: “Vergognatevi, dovete vergognarvi, dovete andare via, non vi avvicinate a queste bare, questi non sono vostri, questi sono i nostri morti, solo noi abbiamo il diritto di piangerli, voi avete solo il dovere di vergognarvi”. 
Che la mafia stesse utilizzando metodi per colpire il paese intero, in modo da spaventarlo e fargli accettare passivamente il “nuovo corso” degli eventi, lo si vedrà anche dagli attentati del 1993.

 

Gli attentati del 1993 ebbero caratteristiche assai simili agli attentati terroristici degli anni della “strategia della tensione”, e sicuramente avevano lo scopo di spaventare il paese, per indebolirlo. Il 4 maggio 1993, un’autobomba esplode in via Fauro a Roma, nel quartiere Parioli. Il 27 maggio un’altra autobomba esplode in via dei Georgofili a Firenze, cinque persone perdono la vita. La notte tra il 27 e il 28 luglio, ancora un’autobomba esplode in via Palestro a Milano, uccidendo cinque persone. I responsabili non furono mai identificati, e si disse che la mafia volesse “colpire le opere d’arte nazionali”, ma non era mai accaduto nulla di simile. I familiari delle vittime e il giudice Giuseppe Soresina saranno concordi nel ritenere che quegli attentati non erano stati compiuti soltanto dalla mafia, ma anche da altri personaggi dalle “menti più fini dei mafiosi”.[1]

 

Falcone era un vero avversario della mafia. Le sue indagini passarono a Borsellino, che venne assassinato due mesi dopo. La loro morte ha decretato il trionfo di un sistema mafioso e criminale, che avrebbe messo le mani sull’economia italiana, e costretto il paese alla completa sottomissione politica e finanziaria. 
Mentre il ministro Scotti faceva una dichiarazione che suonava quasi come una minaccia: “la mafia punterà su obiettivi sempre più eccellenti e la lotta si farà sempre più cruenta, la mafia vuole destabilizzare lo stato e piegarlo ai propri voleri”, Borsellino lamentava regole e leggi che non permettevano una vera lotta contro la mafia. Egli osservava: “non si può affrontare la potenza mafiosa quando le si fa un regalo come quello che le è stato fatto con i nuovi strumenti processuali adatti ad un paese che non è l’Italia e certamente non la Sicilia. Il nuovo codice, nel suo aspetto dibattimentale, è uno strumento spuntato nelle mani di chi lo deve usare. Ogni volta, ad esempio, si deve ricominciare da capo e dimostrare che Cosa Nostra esiste”.[2] 

 

I metodi statali di sabotaggio della lotta contro la mafia sono stati denunciati da numerosi esponenti della magistratura. Ad esempio, il 27 maggio 1992, il Presidente del tribunale di Caltanissetta Placido Dall’Orto, che doveva occuparsi delle indagini sulla strage di Capaci, si trovò in gravi difficoltà: “Qui è molto peggio di Fort Apache, siamo allo sbando. In una situazione come la nostra la lotta alla mafia è solo una vuota parola, lo abbiamo detto tante volte al Csm”.[3] 
Anche il Pubblico Ministero di Palermo, Roberto Scarpinato, nel giugno del 1992 disse: “Su un piatto della bilancia c’ è la vita, sull’altro piatto ci deve essere qualcosa che valga il rischio della vita, non vedo in questo pacchetto un impegno straordinario da parte dello Stato, ad esempio non vedo nulla di straordinario sulla caccia e la cattura dei grandi latitanti”.[4]
Nello stesso anno, il senatore Maurizio Calvi raccontò che Falcone gli confessò di non fidarsi del comando dei carabinieri di Palermo, della questura di Palermo e nemmeno della prefettura di Palermo.[5]

 

Che gli assassini di capaci non fossero tutti italiani, molti lo sospettavano.
Il Ministro Martelli, durante una visita in Sudamerica, dichiarò: “Cerco legami tra l’assassinio di Falcone e la mafia americana o la mafia colombiana”.[6] Lo stesso presidente del consiglio Amato, durante una visita a Monaco, disse: “Falcone è stato ucciso a Palermo ma probabilmente l’omicidio è stato deciso altrove”. 
Probabilmente, le tecniche d’indagine di Falcone non piacevano ai personaggi con cui il governo italiano ebbe a che fare quell’anno. Quel considerare la lotta alla mafia soprattutto un dovere morale e culturale, quel coinvolgere le persone nel candore dell’onestà e dell’assenza di compromessi, gli erano valsi la persecuzione e i metodi di calunnia tipici dei servizi segreti inglesi e statunitensi. Tali metodi mirano ad isolare e a criminalizzare, cercando di fare apparire il contrario di ciò che è. Cercarono di far apparire Falcone un complice della mafia. Antonino Caponnetto dichiarò al giornale La Repubblica: “Non si può negare che c’è stata una campagna (contro Falcone), cui hanno partecipato in parte i magistrati, che lo ha delegittimato. Non c’è nulla di più pericoloso per un magistrato che lotta contro la mafia che l’essere isolato”.[7] 

 

L’omicidio di due simboli dello Stato così importanti come Falcone e Borsellino significava qualcosa di nuovo. Erano state toccate le corde dell’élite di potere internazionale, e questi omicidi brutali lo testimoniavano. Ciò è stato intuito anche da Charles Rose, Procuratore distrettuale di New York, che notò la particolarità degli attentati: “Neppure i boss più feroci di Cosa Nostra hanno mai voluto colpire personalità dello Stato così visibili come era Giovanni, perché essi sanno benissimo quali rischi comporta attaccare frontalmente lo Stato. Quell’attentato terroristico è un gesto di paura… Credo che una mafia che si mette a sparare ai simboli come fanno i terroristi… è condannata a perdere il bene più prezioso per ogni organizzazione criminale di quel tipo, cioè la complicità attiva o passiva della popolazione entro la quale si muove”.[8] 

 

Infatti, quell’anno gli italiani capirono che c’era qualcosa di nuovo, e scesero in piazza contro la mafia. Si formarono due fronti: la gente comune contro la mafia, e le istituzioni, che si stavano sottomettendo all’élite che coordina le mafie internazionali. 
Quell’anno l’élite anglo-americana non voleva soltanto impedire la lotta efficace contro la mafia, ma voleva rendere l’Italia un paese completamente soggiogato ad un sistema mafioso e criminale, che avrebbe dominato attraverso il potere finanziario.

 

Come segnalò il presidente del Senato Giovanni Spadolini, c’era in atto un’operazione su larga scala per distruggere la democrazia italiana: “Il fine della criminalità mafiosa sembra essere identico a quello del terrorismo nella fase più acuta della stagione degli anni di piombo: travolgere lo stato democratico nel nostro paese. L’obiettivo è sempre lo stesso:  delegittimare lo Stato, rompere il circuito di fiducia tra cittadini e potere democratico…se poi noi scorgiamo – e ne abbiamo il diritto – qualche collegamento internazionale intorno alla sfida mafia più terrorismo, allora ci domandiamo: ma forse si rinnovano gli scenari di dodici-undici anni fa? Le minacce dei centri di cospirazione affaristico-politica come la P2 sono permanenti nella vita democratica italiana. E c’è un filone piduista che sopravvive, non sappiamo con quanti altri. Mafia e P2 sono congiunte fin dalle origini, fin dalla vicenda Sindona”.[9]

 

Anche Tina Anselmi aveva capito i legami fra mafia e finanza internazionale: “Bisogna stare attenti, molto attenti… Ho parlato del vecchio piano di rinascita democratica di Gelli e confermo che leggerlo oggi fa sobbalzare. E’ in piena attuazione… Chi ha grandi mezzi e tanti soldi fa sempre politica e la fa a livello nazionale ed internazionale. Ho parlato in questi giorni con un importante uomo politico italiano che vive nel mondo delle banche. Sa cosa mi ha detto? Che la mafia è stata più veloce degli industriali e che sta già investendo centinaia di miliardi, frutto dei guadagni fatti con la droga, nei paesi dell’est… Stanno già comprando giornali e televisioni private, industrie e alberghi… Quegli investimenti si trasformeranno anche in precise e specifiche azioni politiche che ci riguardano, ci riguardano tutti. Dopo le stragi di Palermo la polizia americana è venuta ad indagare in Sicilia anche per questo, sanno di questi investimenti colossali, fatti regolarmente attraverso le banche”.[10] 

 

Anni dopo, l’ex ministro Scotti confesserà a Cirino Pomicino: “Tutto nacque da una comunicazione riservata fattami dal capo della polizia Parisi che, sulla base di un lavoro di intelligence svolto dal Sisde e supportato da informazioni confidenziali, parlava di riunioni internazionali nelle quali sarebbero state decise azioni destabilizzanti sia con attentati mafiosi sia con indagini giudiziarie nei confronti dei leaders dei partiti di governo”. 
Una delle riunioni di cui parlava Scotti si svolse il 2 giugno del 1992, sul panfilo Britannia, in navigazione lungo le coste siciliane. Sul panfilo c’erano alcuni appartenenti all’élite di potere anglo-americana, come i reali britannici e i grandi banchieri delle banche a cui si rivolgerà il governo italiano durante la fase delle privatizzazioni (Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers).

 

In quella riunione si decise di acquistare le aziende italiane e la Banca d’Italia, e come far crollare il vecchio sistema politico per insediarne un altro, completamente manovrato dai nuovi padroni. A quella riunione parteciparono anche diversi italiani, come Mario Draghi, allora direttore delegato del ministero del Tesoro, il dirigente dell’Eni Beniamino Andreatta e il dirigente dell’Iri Riccardo Galli. Gli intrighi decisi sulla Britannia avrebbero permesso agli anglo-americani di mettere le mani sul 48% delle aziende italiane, fra le quali c’erano la Buitoni, la Locatelli, la Negroni, la Ferrarelle, la Perugina e la Galbani.
La stampa martellava su “Mani pulite”, facendo intendere che da quell’evento sarebbero derivati grandi cambiamenti. 
Nel giugno 1992 si insediò il governo di Giuliano Amato. Si trattava di un personaggio in armonia con gli speculatori che ambivano ad appropriarsi dell’Italia. Infatti, Amato, per iniziare le privatizzazioni, si affrettò a consultare il centro del potere finanziario internazionale: le tre grandi banche di Wall Street, Merrill Lynch, Goldman Sachs e Salomon Brothers.

 

Appena salito al potere, Amato trasformò gli Enti statali in Società per Azioni, valendosi del decreto Legge 386/1991, in modo tale che l’élite finanziaria li potesse controllare, e in seguito rilevare.
L’inizio fu concertato dal Fondo Monetario Internazionale, che, come aveva fatto in altri paesi, voleva privatizzare selvaggiamente e svalutare  la nostra moneta, per agevolare il dominio economico-finanziario dell’élite. L’incarico di far crollare l’economia italiana venne dato a George Soros, un cittadino americano che tramite informazioni ricevute dai Rothschild, con la complicità di alcune autorità italiane, riuscì a far crollare la nostra moneta e le azioni di molte aziende italiane.
Soros ebbe l’incarico, da parte dei banchieri anglo-americani, di attuare una serie di speculazioni, efficaci grazie alle informazioni che egli riceveva dall’élite finanziaria. Egli fece attacchi speculativi degli hedge funds per far crollare la lira. A causa di questi attacchi, il 5 novembre del 1993 la lira perse il 30% del suo valore, e anche negli anni successivi subì svalutazioni.

 

Le reti della Banca Rothschild, attraverso il direttore Richard Katz, misero le mani sull’Eni, che venne svenduta. Il gruppo Rothschild ebbe un ruolo preminente anche sulle altre privatizzazioni, compresa quella della Banca d’Italia. C’erano stretti legami fra il Quantum Fund di George Soros e i Rothschild. Ma anche numerosi altri membri dell’élite finanziaria anglo-americana, come Alfred Hartmann e Georges C. Karlweis, furono coinvolti nei processi di privatizzazione delle aziende e della Banca d’Italia. 
La Rothschild Italia Spa, filiale di Milano della Rothschild & Sons di Londra,venne creata nel 1989, sotto la direzione di Richard Katz. Quest’ultimo diventò direttore del Quantum Fund di Soros nel periodo delle speculazioni a danno della lira. Soros era stato incaricato dai Rothschild di attuare una serie di speculazioni contro la sterlina, il marco e la lira, per destabilizzare il sistema Monetario Europeo. Sempre per conto degli stessi committenti, egli fece diverse speculazioni contro le monete di alcuni paesi asiatici, come l’Indonesia e la Malesia. Dopo la distruzione finanziaria dell’Europa e dell’Asia, Soros venne incaricato di creare una rete per la diffusione degli stupefacenti in Europa.

 

In seguito, i Rothschild, fedeli al loro modo di fare, cercarono di far cadere la responsabilità del crollo economico italiano su qualcun altro. Attraverso una serie di articoli pubblicati sul Financial Times, accusarono la Germania, sostenendo che la Bundesbank aveva attuato operazioni di aggiotaggio contro la lira. L’accusa non reggeva, perché i vantaggi del crollo della lira e della svendita delle imprese italiane andarono agli anglo-americani. 
La privatizzazione è stata un saccheggio, che ancora continua. Spiega Paolo Raimondi, del Movimento Solidarietà:  

 

Abbiamo avuto anni di privatizzazione, saccheggio dell’economia produttiva e l’esplosione della bolla della finanza derivata. Questa stessa strategia di destabilizzazione riparte oggi, quando l’Europa continentale viene nuovamente attratta, anche se non come promotrice e con prospettive ancora da definire, nel grande progetto di infrastrutture di base del Ponte di Sviluppo Eurasiatico.[11]

 

Qualche anno dopo la magistratura italiana procederà contro Soros, ma senza alcun successo. Nell’ottobre del 1995, il presidente del Movimento Internazionale per i Diritti Civili-Solidarietà, Paolo Raimondi, presentò un esposto alla magistratura per aprire un’inchiesta sulle attività speculative di Soros & Co, che avevano colpito la lira. L’attacco speculativo di Soros, gli aveva permesso di impossessarsi di 15.000 miliardi di lire. Per contrastare l’attacco, l’allora governatore della Banca d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, bruciò inutilmente 48 miliardi di dollari.
Su Soros indagarono le Procure della Repubblica di Roma e di Napoli, che fecero luce anche sulle attività della Banca d’Italia nel periodo del crollo della lira. Soros venne accusato di aggiotaggio e insider trading, avendo utilizzato informazioni riservate che gli permettevano di speculare con sicurezza e di anticipare movimenti su titoli, cambi e valori delle monete.
Spiegano il Presidente e il segretario generale del “Movimento Internazionale per i Diritti Civili – Solidarietà”, durante l’esposto contro Soros:

 

È stata… annotata nel 1992 l ‘esistenza… di un contatto molto stretto e particolare del sig. Soros con Gerald Carrigan, presidente della Federal Reserve Bank di New York, che fa parte dell’apparato della Banca centrale americana, luogo di massima circolazione di informazioni economiche riservate, il quale, stranamente, una volta dimessosi da questo posto, venne poi immediatamente assunto a tempo pieno dalla finanziaria “Goldman Sachs & co.” come presidente dei consiglieri internazionali. La Goldman Sachs è uno dei centri della grande speculazione sui derivati e sulle monete a livello mondiale. La Goldman Sachs è anche coinvolta in modo diretto nella politica delle privatizzazioni in Italia. In Italia inoltre, il sig. Soros conta sulla strettissima collaborazione del sig. Isidoro Albertini, ex presidente degli agenti di cambio della Borsa di Milano e attuale presidente della “Albertini e co. SIM” di Milano, una delle ditte guida nel settore speculativo dei derivati. Albertini è membro del consiglio di amministrazione del “Quantum Fund” di Soros.

 

III. L’attacco speculativo contro la lira del settembre 1992 era stato preceduto e preparato dal famoso incontro del 2 giugno 1992 sullo yacht “Britannia” della regina Elisabetta II d’Inghilterra, dove i massimi rappresentanti della finanza internazionale, soprattutto britannica, impegnati nella grande speculazione dei derivati, come la S. G. Warburg, la Barings e simili, si incontrarono con la controparte italiana guidata da Mario Draghi, direttore generale del ministero del Tesoro, e dal futuro ministro Beniamino Andreatta, per pianificare la privatizzazione dell’industria di stato italiana. A seguito dell’attacco speculativo contro la lira e della sua immediata svalutazione del 30%, codesta privatizzazione sarebbe stata fatta a prezzi stracciati, a beneficio della grande finanza internazionale e a discapito degli interessi dello stato italiano e dell’economia nazionale e dell’occupazione. Stranamente, gli stessi partecipanti all’incontro del Britannia avevano già ottenuto l’autorizzazione da parte di uomini di governo come Mario Draghi, di studiare e programmare le privatizzazioni stesse. Qui ci si riferisce per esempio alla Warburg, alla Morgan Stanley, solo per fare due tra gli esempi più noti. L’agenzia stampa EIR (Executive Intelligence Review) ha denunciato pubblicamente questa sordida operazione alla fine del 1992 provocando una serie di interpellanze parlamentari e di discussioni politiche che hanno avuto il merito di mettere in discussione l’intero procedimento, alquanto singolare, di privatizzazione.[12]

 

I complici italiani furono il ministro del Tesoro Piero Barucci, l’allora Direttore di Bankitalia Lamberto Dini e l’allora governatore di Bankitalia Carlo Azeglio Ciampi. Altre responsabilità vanno all’allora capo del governo Giuliano Amato e al Direttore Generale del Tesoro Mario Draghi. Alcune autorità italiane (come Dini) fecero il doppio gioco: denunciavano i pericoli ma in segreto appoggiavano gli speculatori.
Amato aveva costretto i sindacati ad accettare un accordo salariale non conveniente ai lavoratori, per la “necessità di rimanere nel Sistema Monetario Europeo”, pur sapendo che l’Italia ne sarebbe uscita a causa delle imminenti speculazioni.
Gli attacchi all’economia italiana andarono avanti per tutti gli anni Novanta, fino a quando il sistema economico- finanziario italiano non cadde sotto il completo controllo dell’élite. Nel gennaio del 1996, nel rapporto semestrale sulla politica informativa e della sicurezza, il Presidente del Consiglio Lamberto Dini disse:

 

I mercati valutari e le borse delle principali piazze mondiali continuano a registrare correnti speculative ai danni della nostra moneta, originate, specie in passaggi delicati della vita politico-istituzionale, dalla diffusione incontrollata di notizie infondate riguardanti la compagine governativa e da anticipazioni di dati oggetto delle periodiche comunicazioni sui prezzi al consumo… è possibile attendersi la reiterazione di manovre speculative fraudolente, considerato il persistere di una fase congiunturale interna e le scadenze dell’unificazione monetaria.[13]

 

Il giorno dopo, il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, riferiva che l’Italia non poteva far nulla contro le correnti speculative sui mercati dei cambi, perché “se le banche di emissione tentano di far cambiare direzione o di fermare il vento (delle operazioni finanziarie) non ce la fanno per la dimensione delle masse in movimento sui mercati rispetto alla loro capacità di fuoco”.
Le nostre autorità denunciavano il potere dell’élite internazionale, ma gettavano la spugna, ritenendo inevitabili quegli eventi. Era in gioco il futuro economico-finanziario del paese, ma nessuna autorità italiana pensava di poter fare qualcosa contro gli attacchi destabilizzanti dell’élite anglo-americana.

 

Il Movimento Solidarietà fu l’unico a denunciare quello che stava effettivamente accadendo, additando i veri responsabili del crollo dell’economia italiana. Il 28 giugno 1993, il Movimento Solidarietà svolse una conferenza a Milano, in cui rese nota a tutti la riunione sul Britannia e quello che ne era derivato.[14]
Il 6 novembre 1993, l ‘allora presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi scrisse una lettera al procuratore capo della Repubblica di Roma, Vittorio Mele, per avviare “le procedure relative al delitto previsto all’art. 501 del codice penale (“Rialzo e ribasso fraudolento di prezzi sul pubblico mercato o nelle borse di commercio”), considerato nell’ipotesi delle aggravanti in esso contenute”. Anche a Ciampi era evidente il reato di aggiotaggio da parte di Soros, che aveva operato contro la lira e i titoli quotati in Borsa delle nostre aziende.

 

Anche negli anni successivi avvennero altre privatizzazioni, senza regole precise e a prezzi di favore. Che stesse cambiando qualcosa, gli italiani lo capivano dal cambio di nome delle aziende, la Sip era diventata Telecom Italia e le Ferrovie dello Stato erano diventate Trenitalia.
Il decreto legislativo 79/99 avrebbe permesso la privatizzazione delle aziende energetiche. Nel settore del gas e dell’elettricità apparvero numerose aziende private, oggi circa 300. Dal 24 febbraio del 1998, anche le Poste Italiane diventarono una S.p.a. In seguito alla privatizzazione delle Poste, i costi postali sono aumentati a dismisura e i lavoratori postali vengono assunti con contratti precari. Oltre 400 uffici postali sono stati chiusi, e quelli rimasti aperti appaiono come luoghi di vendita più che di servizio.

 

Le nostre autorità giustificavano la svendita delle privatizzazioni dicendo che si doveva “risanare il bilancio pubblico”, ma non specificavano che si trattava di pagare altro denaro alle banche, in cambio di banconote che valevano come la carta straccia. A guadagnare sarebbero state soltanto le banche e i pochi imprenditori già ricchi (Benetton, Tronchetti Provera, Pirelli, Colaninno, Gnutti e pochi altri).
Si diceva che le privatizzazioni avrebbero migliorato la gestione delle aziende, ma in realtà, in tutti i casi, si sono verificati disastri di vario genere, e il rimedio è stato pagato dai cittadini italiani.

 

Le nostre aziende sono state svendute ad imprenditori che quasi sempre agivano per conto dell’élite finanziaria, da cui ricevevano le somme per l’acquisto. La privatizzazione della Telecom avvenne nell’ottobre del 1997. Fu venduta a 11,82 miliardi di euro, ma alla fine si incassarono soltanto 7,5 miliardi. La società fu rilevata da un gruppo di imprenditori e banche., e al Ministero del Tesoro rimase una quota del 3,5%.
Il piano per il controllo di Telecom aveva la regia nascosta della Merril Lynch, del Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e della Chase Manhattan Bank.
Alla fine del 1998, il titolo aveva perso il 20% (4,33 euro). Le banche dell’élite, la Chase Manhattan e la Lehman Brothers,  si fecero avanti per attuare un’opa. Attraverso Colaninno, che ricevette finanziamenti dalla Chase Manhattan, l’Olivetti diventò proprietaria di Telecom. L’Olivetti era controllata dalla Bell, una società con sede a Lussemburgo, a sua volta controllata dalla Hopa di Emilio Gnutti e Roberto Colaninno.

 

Il titolo, che durante l’opa era stato fatto salire a 20 euro, nel giro un anno si dimezzò. Dopo pochi anni finirà sotto i tre euro.  
Nel 2001 la Telecom si trovava in gravi difficoltà, le azioni continuavano a scendere. La Bell di Gnutti e la Unipol di Consorte decisero di vendere a Tronchetti Provera buona parte loro quota azionaria in Olivetti. Il presidente di Pirelli, finanziato dalla J. P. Morgan, ottenne il controllo su Telecom, attraverso la finanziaria Olimpia, creata con la famiglia Benetton (sostenuta da Banca Intesa e Unicredit).

 

Dopo dieci anni dalla privatizzazione della Telecom, il bilancio è disastroso sotto tutti i punti di vista: oltre 20.000 persone sono state licenziate, i titoli azionari hanno fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti sono aumentati e la società è in perdita.
La privatizzazione, oltre che un saccheggio, veniva ad essere anche un modo per truffare i piccoli azionisti.
La Telecom , come molte altre società, ha posto la sua sede in paesi esteri, per non pagare le tasse allo Stato italiano. Oltre a perdere le aziende, gli italiani sono stati privati anche degli introiti fiscali di quelle aziende. La Bell, società che controllava la Telecom Italia, aveva sede in Lussemburgo, e aveva all’interno società con sede alle isole Cayman, che, com’è noto, sono un paradiso fiscale.

 

Gli speculatori finanziari basano la loro attività sull’esistenza di questi paradisi fiscali, dove non è possibile ottenere informazioni nemmeno alle autorità giudiziarie. I paradisi fiscali hanno permesso agli speculatori di distruggere le economie di interi paesi, eppure i media non parlano mai di questo gravissimo problema.
Mettere un’azienda importante come quella telefonica in mani private significa anche non tutelare la privacy dei cittadini, che infatti è stata più volte calpestata, com’è emerso negli ultimi anni.

 

Anche per le altre privatizzazioni, Autostrade, Poste Italiane, Trenitalia ecc., si sono verificate le medesime devastazioni: licenziamenti, truffe a danno dei risparmiatori, degrado del servizio, spreco di denaro pubblico, cattiva amministrazione e problemi di vario genere.
La famiglia Benetton è diventata azionista di maggioranza delle Autostrade. Il contratto di privatizzazione delle Autostrade dava vantaggi soltanto agli acquirenti, facendo rimanere l’onere della manutenzione sulle spalle dei contribuenti.
I Benetton hanno incassato un bel po’ di denaro grazie alla fusione di Autostrade con il gruppo spagnolo Abertis. La fusione è avvenuta con la complicità del governo Prodi, che in seguito ad un vertice con Zapatero, ha deciso di autorizzarla. Antonio Di Pietro, Ministro delle Infrastrutture, si era opposto, ma ha alla fine si è piegato alle proteste dell’Unione Europea e alla politica del Presidente del Consiglio.

 

Nonostante i disastri delle privatizzazioni, le nostre autorità governative non hanno alcuna intenzione di rinazionalizzare le imprese allo sfacelo, anzi, sono disposte ad utilizzare denaro pubblico per riparare ai danni causati dai privati.
La società Trenitalia è stata portata sull’orlo del fallimento. In pochi anni il servizio è diventato sempre più scadente, i treni sono sempre più sporchi, il costo dei biglietti continua a salire e risultano numerosi disservizi. A causa dei tagli al personale (ad esempio, non c’è più il secondo conducente), si sono verificati diversi incidenti (anche mortali). Nel 2006, l ‘amministratore delegato di Trenitalia, Mauro Moretti, si è presentato ad una audizione alla commissione Lavori Pubblici del Senato, per battere cassa, confessando un buco di un miliardo e settecento milioni di euro, che avrebbe potuto portare la società al fallimento. Nell’ottobre del 2006, il Ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, approvò il piano di ricapitalizzazione proposto da Trenitalia. Altro denaro pubblico ad un’azienda privatizzata ridotta allo sfacelo.

 

Dietro tutto questo c’era l’élite economico finanziaria (Morgan, Schiff, Harriman, Kahn, Warburg, Rockfeller, Rothschild ecc.) che ha agito preparando un progetto di devastazione dell’economia italiana, e lo ha attuato valendosi di politici, di finanzieri e di imprenditori. Nascondersi è facile in un sistema in cui le banche o le società possono assumere il  controllo di altre società o banche. Questo significa che è sempre difficile capire veramente chi controlla le società privatizzate. E’ simile al gioco delle scatole cinesi, come spiega Giuseppe Turani: “Colaninno & soci controllano al 51% la Hopa, che controlla il 56,6% della Bell, che controlla il 13,9% della Olivetti, che controlla il 70% della Tecnost, che controlla il 52% della Telecom”.[15]
Numerose aziende di imprenditori italiani sono state distrutte dal sistema dei mercati finanziari, ad esempio la Cirio e la Parmalat. Queste aziende hanno truffato i risparmiatori vendendo obbligazioni societarie (“Bond”) con un alto margine di rischio. La Parmalat emise Bond per un valore di 7 miliardi di euro, e allo stesso tempo attuò operazioni finanziarie speculative, e si indebitò. Per non far scendere il valore delle azioni (e per venderne altre) truccava i bilanci.

 

Le banche nazionali e internazionali sostenevano la situazione perché per loro vantaggiosa, e l’agenzia di rating, Standard & Poor’s, si è decisa a declassare la Parmalat soltanto quando la truffa era ormai nota a tutti.
I risparmiatori truffati hanno avviato una procedura giudiziaria contro Calisto Tanzi, Fausto Tonna, Coloniale S.p.a. (società della famiglia Tanzi), Citigroup, Inc. (società finanziaria americana), Buconero LLC (società che faceva capo a Citigroup), Zini & Associates (una compagnia finanziaria americana), Deloitte Touche Tohmatsu (organizzazione che forniva consulenza e servizi professionali), Deloitte & Touche SpA (società di revisione contabile), Grant Thornton International (società di consulenza finanziaria) e Grant Thornton S.p.a. (società incaricata della revisione contabile del sottogruppo Parmalat S.p.a.).

 

La Cirio era gestita dalla Cragnotti & Partners. I “Partners” non erano altro che una serie di banche nazionali e internazionali. La Cirio emise Bond per circa 1.125 milioni di Euro. Molte di queste obbligazioni venivano utilizzate dalle banche per spillare denaro ai piccoli risparmiatori. Tutto questo avveniva in perfetta armonia col sistema finanziario, che non offre garanzie di onestà e di trasparenza. 
Grazie alle privatizzazioni, un gruppo ristretto di ricchi italiani ha acquisito somme enormi, e ha permesso all’élite economico-finanziaria anglo-americana di esercitare un pesante controllo, sui cittadini, sulla politica e sul paese intero.
Agli italiani venne dato il contentino di “Mani Pulite”, che si risolse con numerose assoluzioni e qualche condanna a pochi anni di carcere.

A causa delle privatizzazioni e del controllo da parte della Banca Centrale Europea, il paese è più povero e deve pagare somme molto alte per il debito. Ogni anno viene varata la finanziaria, allo scopo di pagare le banche e di partecipare al finanziamento delle loro guerre. Mentre la povertà aumenta, come la disoccupazione, il lavoro precario, il degrado e il potere della mafia.
Il nostro paese è oggi controllato da un gruppo di persone, che impongono, attraverso istituti propagandati come “autorevoli” (Fondo Monetario Internazionale e Banca Centrale Europea), di tagliare la spesa pubblica, di privatizzare quello che ancora rimane e di attuare politiche non convenienti alla popolazione italiana. I nostri governi operano nell’interesse di questa élite, e non in quello del paese.

Gen 5, 2013 - SOCIETA' DEMOCRATICA    No Comments

Democrazia e consumismo: associazione a delinquere

La democrazia associata al consumismo, nel lungo periodo, non ha altre vie d’uscita che portare alla rivoluzione.

Nel consumismo le folle sono sempre piu’ nutrite di bisogni indotti e tali bisogni spingono a far lavorare come schiavi i (liberi) cittadini, creano insoddisfazione e frustrazione.

nella democrazia, per governare bisogna accattivarsi consensi e il modo più semplice per attrarre consensi è quello di sfruttare l’isoddisfazione popolare e le frustrazioni della gente.

L’insoddisfazione sarà generalmente direzionata verso il governo grazie anche al fatto che verrà cavalcata dall’opposizione – qualunque essa sia – che cavalchera’ l’insoddisfazione popolare finche’ non sara’ al potere ma, una volta al potere, non potra’ poi gestire. In Italia questo ha portato alla scomparsa della destra e della sinistra.

In ogni consultazione elettorale i risultati saranno a favore di coloro che prometteranno di dare di piu anche se poi non potranno farlo e creeranno altro malcontento. Una spirale che puo’ finire in un solo modo: guerra civile!

Incriminazione delle agenzie di rating

Un danno all’Italia stimato in 120 miliardi di euro generato da analisti finanziari incompetenti e notizie manipolate «a orologeria». Sotto accusa il gotha della finanza internazionale. La procura della Repubblica presso il tribunale di Trani, guidata da Carlo Maria Capristo, ha chiesto il rinvio a giudizio per i vertici di due agenzie di rating: Standard &Poor’s Financial Service e Fitch. Per Moody’s, terza indagata, è stata avanzata la richiesta di archiviazione per insufficienza di prove.

L’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza, a seguito di un esposto delle associazioni dei consumatori Adusbef e Federconsumatori, è stata coordinata daI sostituto procuratore Michele Ruggero. Sette le persone rinviate a giudizio. Gli imputati devono rispondere di «manipolazione del mercato» e «aggiotaggio», con le aggravanti di danno patrimoniale di rilevante gravità. Appunto i 120 miliardi di euro, secondo la stima fatta dalla Procura della Corte dei conti della Regione Lazio.

Che cosa sono le agenzie di rating? Nel mercato finanziario esse vendono informazioni, svolgendo un ruolo di intermediari tra investitori ed emettenti di titoli, siano essi privati o Stati. Da un lato gli investitori chiedono informazioni per indirizzare il loro denaro a chi può offrire la garanzia di restituirlo. A loro volta gli emittenti di titoli, in cerca di liquidità, puntano ad avere dalle agenzie di rating referenze positive, cioè la «pagella» che renda i loro titoli appetibili sul mercato. Le agenzie sono tenute a fornire il servizio secondo tre principi: qualità adeguata, trasparenza e tempestività.

Da intercettazioni telefoniche è emerso non solo che la S&P forniva le notizie con una tempistica pilotata, ma anche che i vertici dell’agenzia erano consapevoli del fatto che i loro dipendenti in Italia non erano competenti. La controprova di ciò- secondo il pm Ruggero- sta in una comunicazione interna della Standard & Poor’s. Nella mail, datata 13 gennaio 2012, Renato Panichi, responsabile per l’Italia del settore «banche», segnala agli analisti Zhang e Kraemer, che il giudizio da essi espresso sul sistema bancario italiano era errato. Anzi «esattamente contrario» alla situazione reale. E ordina ai due di rimuovere tale informazione dal comunicato approntato. Cosa che avvenne solo in parte. L’errata valutazione sparì nel comunicato in lingua inglese.

Mentre non vennero aggiornati né la nota ufficiale trasmessa alla Repubblica italiana né il comunicato diffuso in lingua italiana. Nonostante la segnalazione di Panichi, l’agenzia confermò il declassamento. Quel giorno il mercato rispose con l’impennata dello «spread» schizzato da 485 punti base a 505. Di questo e di altri episodi devono rispondere i dirigenti della S&P. Per esempio insospettisce il fatto che, pur avendo dichiarato a settembre 2011 che l’Italia veniva declassata per «stallo politico», il cambio di governo da Silvio Berlusconi a Mario Monti non incise nelle valutazioni di rischio. Rimasto negativo, anche dopo le riforme strutturali annunciate dal nuovo presidente del Consiglio.

Per Standard & Poor’s sono imputati: Deven Sharma, presidente dal 2007 al 23 agosto 2011; Yann Le Pallec, responsabile per l’Europa; e tre analisti ‘senior’ del debito sovrano, Eileen Zhang, Franklin Crawford Gill e Moritz Kraemer. Sotto accusa una serie di informazioni tendenziose e distorte, avvenute tra maggio 2011 e gennaio 2012. Secondo l’accusa esse, dando corpo a un vero e proprio «disegno criminale», avrebbero provocato l’ indebolimento dell’Italia sui mercati finanziari e il deprezzamento dei titoli di Stato con una ricaduta negativa anche sull’euro.

A carico dei manager dell’agenzia Fitch, David Michael Willmoth Riley (capo rating sovrano) e Alessandro Settepani (direttore senior della Fitch Italia), l’accusa di manipolazione del mercato pluriaggravata è dovuta alla divulgazione- a mercati aperti- di informazioni che dovevano restare riservate. I due emisero preavvisi di declassamento che erano «idonei a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari». Per la Procura operarono con un abuso di «prestazione d’opera» essendo Fitch legata al Ministero dell’economia e delle finanze per l’emissione di titoli della Repubblica italiana. Intanto l’inchiesta partita da Trani ha suscitato l’interesse dell’autorità giudiziaria americana, che indaga per analoghe ipotesi di reato proprio la Standard &Poor’s.

Nelle intercettazioni- rivela il procuratore capo – alcuni indagati sminuiscono il valore delle indagini parlando di Trani come di «un piccolo paese dell’Oklahoma». Capristo ribatte: «Ci sta bene. Ma resta fermo il fatto che la nostra inchiesta è stata condotta con serietà e con scrupolosità». E ricorda come in Australia la S&P, in un giudizio civile partito da una class action, un’azione collettiva, è stata condannata a risarcire 24 milioni di euro per valutazioni errate espresse nell’attività di rating.
Rosaraia Mlacangi

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Set 13, 2012 - Articoli da conservare    No Comments

Un piano per destabilizzare l’Italia

Un interessante passaggio del libro “La Politica nel Cuore – Segreti e bugie della Seconda Repubblica” * Paolo Cirino Pomicino

UN PIANO PER DESTABILIZZARE L’ITALIA?

Il 3 settembre del 2006 compio gli anni. Sono ancora ricoverato al San Matteo di Pavia. Viene a farmi gli auguri Luca Josi, amico recente ma di grande qualità. Josi era agli inizi degli anni novanta il segretario dei giovani socialisti. Uomo di grande cultura, strinse ben presto un intenso rapporto con Bettino Craxi. Un rapporto fatto di stima reciproca e di un comune sentire dei problemi di un Paese come il nostro e del movimento socialista nazionale e internazionale. Quando vennero i giorni bui, il giovane Josi non abbandonò Craxi. Anzi la sua amicizia si cementò in un’analisi culturale e politica sempre più intensa. Era con Bettino quando questi uscì dall’Hotel Raphael e gli squadristi di destra e di sinistra gli lanciarono le monetine.
«Con Bettino spesso provavamo a ragionare guardando “oltre il giardino”» mi dice Luca. «Erano pensieri in libertà che ascoltati in quegli anni da un interlocutore maldisposto (più o meno la quasi totalità) avrebbero provocato un sorriso di compassionevole ironia per la loro natura, apparentemente, giustificazionista. Ci dicevamo che era finita una guerra mondiale. Eh sì, la guerra fredda è stata una vera e propria guerra mondiale e l’Italia, involontariamente, ne era stata terra di frontiera militare e politica. Noi, poi, la precedente guerra, la Seconda, l’avevamo pure persa (dettaglio che, abitualmente, si scorda). Certo nella divisione della storia eravamo cascati bene. Contrariamente alle speranze nutrite per molti anni dalla classe dirigente che oggi ci governa, aveva vinto l’Ovest e questo fu per tutti noi un gran bene. Eppure coloro che avevano guidato il popolo italiano nella direzione giusta e contribuirono a far cadere quel muro ci rimasero sotto, perdendo la vita o l’onore.» Vai avanti, gli dico io. E lui non si fa pregare. «Chiunque perde» continua «ha sbagliato. Soprattutto se è al potere. E le classi dirigenti degli anni Ottanta, tra tantissimi meriti, alla fine fallirono perché non ebbero la capacità di reagire e contrastare la cosiddetta rivoluzione giudiziaria con tutta la sua fragilità e inadeguatezza. Forse per capire quello che è accaduto con Mani Pulite, allora, bisogna partire da lontano.». Io ho tempo, scherzo dal mio letto d’ospedale. E, dopo una pausa e un sorriso, Josi riprende il racconto.
«Con la fine della Seconda guerra mondiale» dice «gli Usa compresero che non potevano ripetere l’errore commesso alla fine della Prima, quando i vincitori umiliarono la Germania favorendo il revanchismo tedesco e la scalata al potere di Adolf Hitler. Questa volta bisognava finanziare la ricostruzione dei paesi europei, stringendoli in un’alleanza militare ed economica cementata dai comuni valori di libertà e di fede nell’economia di mercato.»

Una scelta giusta e lungimirante, gli dico.
«Certo» mi risponde. «Ma in cambio gli Usa assunsero l’egemonia sugli scambi commerciali e imposero la signoria del dollaro, unica moneta di riserva per tutto il mondo. Anche quando gli accordi di Bretton Woods saltarono con il blocco della convertibilità del dollaro in oro, nell’agosto del 1971, la scelta fu solo americana.» È vero, ma in politica lo scambio è strumento naturale, in particolare quando poi aiuta la democrazia, gli faccio notare. «Non c’è dubbio» concorda lui. «Ma Bettino se ricordava questi fatti non era per negare il contributo dell’America al radicamento della libertà e della democrazia minacciata dal comunismo internazionale. Anzi, la scelta nel sostenere l’installazione dei missili Cruise in Italia agli inizi degli anni Ottanta era proprio legata a quelle sue profonde convinzioni. I Cruise furono l’inizio di una crisi strisciante dell’Unione Sovietica che incominciò proprio in quel momento a capire che non poteva sostenere più lo sforzo finanziario per contrastare la potenza militare americana. La scelta di Bettino fu molto apprezzata dall’amministrazione americana e dalle sue strutture militari e di intelligence.» E allora? lo interrompo. Qual è il punto?
«Il punto è che molti pensano che bastò l’episodio di Sigonella in cui Craxi e Andreotti difesero la sovranità territoriale italiana per far precipitare Bettino nella considerazione delle strutture militari e di intelligence americane» continua Luca. «Ma non è così. In realtà, fallito il comunismo, sospese le paure planetarie orizzontali, era necessario per un lungo concorso di ragioni, riordinare il terrore in senso verticale. Dall’est-ovest al nord-sud, così che tanti interlocutori, anche politici, funzionali al primo scenario diventavano incompatibili con il secondo. Per questo dopo la caduta del muro di Berlino i vecchi nodi vennero al pettine: Andreotti diventò mafioso e Bettino il principe dei corruttori, secondo una tecnica dell’infangamento mediatico che si andava affinando e che mostrava una certa efficacia rispetto a metodologie più cruente. In realtà Andreotti e Craxi erano pezzi che non servivano più alla nuova scacchiera strategica che si andava definendo. Vuoi che te la traduca grossolanamente?» Proviamo, lo invito.
«E allora diciamo così» prosegue Luca. «L’Europa, e dentro di essa l’Italia, sembrava non aver fatto tesoro del passato e si affacciava alla nuova epoca emotivamente libera da qualunque impegno. Come se si fosse esaurito un mutuo della storia, gli alleati degli Usa si presentavano smemorati a questo appuntamento. Erano, infatti, gli anni dell’euforia in cui si parlava di una Europa unita e con una unica moneta che sarebbe nata da lì a poco (occorreranno altri dieci anni) e che, abbracciata al Giappone, avrebbe dato vita al primo mercato al mondo. 
E così dall’altra parte dell’oceano si alimentava un ragionamento pragmatico e ineccepibile: vi abbiamo liberati, curati, cresciuti e protetti. Per fare tutto ciò milioni di americani si sono sacrificati nel mondo con loro le loro famiglie e i nostri contribuenti. Al termine della Terza guerra mondiale, quella fredda, anziché mostrarvi fedeli, leali e riconoscenti amici di una guerra combattuta, un’altra volta, per la vostra libertà, vi siete rivelati degli aggressivi, combattivi e sleali concorrenti delle uniche guerre rimaste in circolazione: quelle commerciali.» Erano queste le riflessioni di Bettino? «Egli diceva che per l’America esisteva un assioma: il diritto internazionale è di chi ne paga l’applicazione. L’attuale condizione internazionale è il frutto della vita dei nostri uomini, dei nostri soldi, delle nostre scelte. La vostra libertà dunque esiste nel perimetro della nostra e delle nostre convenienze. Un popolo, però, che subisce queste strane condizioni può vivere col sentimento della riconoscenza e della lealtà, ma rischia di scadere nella sudditanza o ancor peggio, nel dominio se non tenta di contrapporsi duramente a questa teoria della sovranità limitata. E così fu per i partiti di governo e mal gliene incolse. Ti posso raccontare di Woolsey?»

James Woolsey capo della Cia?
«Proprio lui. Il 3 febbraio 1993 l’Ansa da New York lanciò la notizia che la Cia di Bill Clinton guidata da R. James Woolsey era favorevole allo spionaggio industriale a vantaggio delle aziende americane. Dieci anni dopo nell’aprile del 2003 lo stesso Woolsey, parlando agli studenti californiani, spiegò che la sua Cia aveva spiato gli europei perché erano corrotti e corruttori. E quando li prendevamo con le mani nel sacco, continuava Woolsey, andavamo dai governi che cercavano di corrompere e scoppiava lo scandalo. Lo sai cosa mi sembra?»

Una specie di confessione.
«Ma sì, una confessione postuma sulle radici di Tangentopoli. Tieni presente che il sistema di ascolto americano Echelon nato nel 1947 è oggi sostituito da alcuni programmi operativi gestiti dalla Nsa (National Security Agency), come per esempio la Information Awareness Office (Iao) alla cui guida ritroveremo per qualche tempo l’ammiraglio John Poindexter, lo stesso che gestì, da parte americana, i giorni di Sigonella.»

Mi stai fornendo dati documentali su ciò che ho già in parte scritto nei miei due libri precedenti sull’origine di Tangentopoli, dico a Josi, sempre più incuriosito.
«Ma queste sono letture macro. Poi c’è la storia minima» riprende Luca. «Una storia che è divertente inanellare solo per divertirsi tra suggestioni e coincidenze. Il 15 marzo 1992 l’allora ministro dell’Interno Vincenzo Scotti e il capo della polizia Vincenzo Parisi lanciano l’allarme per un piano di destabilizzazione delle nostre istituzioni. Tra i dati riferiti nella circolare di Parisi c’è l’intrusione notturna negli uffici del Senato della commissione parlamentare che indagava sullo scandalo Bnl Atlanta-Iraq.
«Tra il 1990 e il 1993 vengono visitati da intrusi notturni uffici e abitazioni di circa trenta politici tra cui molti uomini di governo (Martelli, De Michelis, Formica, Mannino, Carli, Mastella) oltre che Forlani e Craxi senza che mai venga asportato nulla. Piccoli segnali intimidatori e di ricerca dati o semplice-mente dimostrativi come quello in cui furono rubate al capo della polizia Vincenzo Parisi nel gennaio del 1991 le sue pistole d’ordinanza. Il vecchio Parisi dice subito che “la nostra azione disturba certi settori che vorrebbero fare dell’Italia una terra di nessuno”. 

Ancora oggi, però, la sua deposizione su quella vicenda è secretata nella cassaforte della commissione Stragi.
«Agli inizi degli anni Novanta vengono aperti a Milano gli uffici dell’agenzia investigativa americana Kroll, mito del mercato mondiale del business dell’intelligence, spesso funzionale allo spionaggio industriale americano e alla sua strategia di monitorare alcune attività finanziarie dei protagonisti della vita politica ed economica dei paesi alleati.

«Il 2 giugno del 1992 viene organizzata dalla British Invisible una crociera sul Britannia. Ci sono, come racconterà Giulio Tremonti a Maria Latella nel luglio del 2005, i massimi esperti inglesi delle privatizzazioni e poi Mario Draghi, Nino Andreatta, Giovanni Bazoli, Luigi Spaventa, Paolo Savona.

«Tra il 1990 e il 1992 c’è un andirivieni per l’America sconcertante. Vanno e vengono Mario Segni, Claudio Martelli, Gianni Di Gennaro, Antonio Di Pietro, Giorgio La Malfa, il cui Partito repubblicano esce dal governo Andreotti nell’aprile del 1991 e attiva dal settembre di quell’anno una violenta campagna elettorale con maximanifesti murali in cui si inneggiava alle proprie “mani pulite”. Sono gli anni in cui si affacciano le inchieste giudiziarie e il sistema maggioritario tanto caro agli americani. Tutta la classe dirigente italiana, che aveva vinto la battaglia della storia, viene criminalizzata dalla procura di Milano. Tangentopoli, insieme col nuovo sistema elettorale maggioritario, sdogana comunisti e fascisti e consegna a essi il governo del paese.

«Nel 1995 Antonio Di Pietro ritorna negli Stati Uniti su invito del noto Michael Ledeen, che all’epoca lavorava per la società Bear Stearns di Park Avenue a New York interessata alle privatizzazioni.»

Verrebbe da chiedersi perché la deposizione di Parisi è ancora secretata nella cassaforte della commissione Stragi, dico io.
«Sì. Ma questi sono solo piccoli spunti di una mole di eventi ben più impressionante» conclude Luca «che producono un po’ di stupore in chi crede che le scalate e i complotti si compiano solo per mettere le mani su qualche quotidiano. In gioco c’erano ben altre opportunità:

«a) le privatizzazioni delle aziende pubbliche italiane per centinaia di migliaia di miliardi di vecchie lire, cosa puntualmente avvenuta;
«b) l’indebolimento dell’Europa del dopo Maastricht che si apprestava a fare l’euro contrastando così la signoria del dollaro nella stagione della globalizzazione;
«c) l’americanizzazione dell’Italia, del suo sistema politico e la sua sostanziale subalternità a una dimensione finanziaria che non ha certo a Foligno la sua City.»

Insomma, non c’era più spazio per le «ambiguità» di una Sigonella, dico io. E in questa strategia offensiva di circoli finanziari angloamericani si inquadrano logicamente anche i crescenti attacchi contro la Chiesa cattolica portati avanti da ambienti protestanti e dai maggiori mass-media statunitensi e inglesi. Sembra quasi il tentativo di una egemonia «gramsciana» di un capitalismo finanziario e protestante che cerca di imporre il governo globale di un pensiero unico. L’arrivo sulla scena di Walter Veltroni è la conclusione di quel processo iniziato con Tangentopoli e che mira, appunto, a fare dell’Italia un satellite americano.

«E guarda caso…» m’interrompe Luca.
Sì, guarda caso la candidatura ufficiale di Veltroni al Partito democratico arriva alcune settimane dopo che la solita agenzia Kroll, la società americana delle spie a contratto, ha fatto trapelare attraverso La Stampa di Torino l’ipotesi di conti correnti intestati a D’Alema. Ma io insisto: molti degli indizi di questo processo sono contenuti negli atti della commissione Stragi ancora inspiegabilmente secretati. È lì che possono esserci elementi e indizi sulla nostra sicurezza nazionale e sullo stravolgimento della nostra democrazia. Non vogliamo fare dietrologia ma vedremo se qualcuno si opporrà ancora alla pubblicazione di quegli atti.

«È probabile che si opporranno ancora» risponde Luca. «Una sera mentre sembrava contemplasse le coste italiane Bettino mi guardò quasi come se rincorresse un pensiero che lo attanagliava. Vedrai, mi disse, oggi tocca a noi ma ben presto toccherà agli ex comunisti e la strategia sarà sempre la stessa. Non potendo esserci una rivoluzione, in un paese della Comunità europea, la nuova ghigliottina giacobina sarà ancora l’abbraccio tra l’informazione e il potere giudiziario. La prima ti criminalizza e ti blocca, il secondo ti taglia la testa e l’onore. Oggi questa sembra essere una sin troppo facile profezia, ma dieci anni fa era la naturale conclusione di un ragionamento che svelava il disegno di potere del nuovo pensiero unico nella stagione della globalizzazione. Le stesse tecniche le vediamo applicate oggi in alcuni paesi dell’ex Unione Sovietica, dalla Georgia all’Ucraina, dal Kazakhstan al Turkmenistan. È il trionfo del moralismo dei corrotti per conquistare sempre più denaro e attraverso di esso sempre più potere.»

Era sera e nonostante i miei tentativi di trattenerlo Luca si congedò lasciandomi con le sue suggestioni e quelle di Bettino. Per me che ero stato invitato nel 1991 da Carlo De Benedetti a far parte di questo scellerato disegno, più che suggestioni quelle erano verità, nient’altro che verità, ma non ancora tutta la verità. Bisognerà leggere le carte della commissione Stragi e della commissione di inchiesta su Bnl-Atlanta, se si vorrà dare una mano alla traballante democrazia italiana ripristinando un pez¬zo di storia da troppo tempo tenuta nascosta.

Set 6, 2012 - Senza categoria    1 Comment

E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia!

(tratto da conflittiestrategie.it)

Scritto da: Gianni Petrosillo (05/09/2012)

Che cosa c’è di più ingannevole, menzognero, simulatorio, illusorio di un regime democratico? Soltanto i portatori insani di democrazia i quali, credendo a quel che loro stessi hanno somatizzato, divorano la verità, gli eventi, gli altri individui e le cose con una mano sul cuore e l’altra sulla fondina.  

La democrazia è un superpotere che rende invulnerabili dalle critiche, basta essere democratici per diventare politicamente corretti, moralmente superiori, umanitariamente migliori, legalitariamente incensurabili, abili e arruolati al governo delle anime belle con l’umanitarismo in bocca e gli uomini sotto i piedi. Essa è l’arma segreta dei buoni che vincono sempre perché sono immancabilmente dalla parte giusta avendo tracciato, secondo le loro variabili esigenze, la riga, o, meglio, la curva (per far rientrare nel club, all’occorrenza, anche quei paesi non perfettamente libertari ma che ti danno volentieri una mano e il metano, oppure il petrolio e il mercenario), che separa il bene dal male. Se non fossero democratici, quindi necessariamente buoni, verrebbe da pensare che potrebbero essere persino loro i veri cattivi.

Ma La democrazia non è un’aspirazione sociale, non è un ideale egualitario, non è una tensione collettiva verso il buon governo, la democrazia non è una utopia, la democrazia è viva e la puoi toccare restandone incenerito, è la libertà che ti arriva in faccia fischiettando come un proiettile all’uranio impoverito, è la bomba intelligente che ti fa la rampogna punendoti sul posto, è il verbo della prepotenza incarnito nella post-modernità, è il dente avvelenato della globalizzazione capitalistica di matrice americanista, è la tavola sacra che ti rompe la testa se non accetti la regola del suo gioco, è la missione umanitaria che ti sfonda la casa e ti ammazza bonariamente la famiglia per un principio superiore ed un danno collaterale minore (si fa per dire), è la giustizia integrata dalla menzogna che non ti dà il tempo di spiegare la tua ragione.

La democrazia è un drone di Dio, o, piuttosto, di un Signore con la pelle scura e la Casa Bianca o con la pelle bianca e la coscienza nera, dipende insomma dalle annate; è un sogno americano che ti s’infila nell’ano, è una religione con rito elettorale che stabilisce il livello di rincoglionimento generale. Anche Lenin si sbagliava, la democrazia non è, come egli sosteneva,  il miglior involucro della dittatura, la democrazia è l’involucro di sé stessa essendo peggio di qualsiasi dittatura, sia fuori che dentro.

Ad ogni modo, la quintessenza della democrazia sta nella fabbricazione di prove false su massacri mai avvenuti, su persecuzioni inesistenti, su genocidi mai verificatisi come incipit per il conflitto al fine di togliersi dai piedi Presidenti scomodi e governi irriducibili.  La tribù dei democratici si esalta e danza intorno all’immaginaria fossa comune, al massacro etnico inventato, ai maltrattamenti provocati dai suoi medesimi scherani, prima d’iniziare il bombardamento a tappeto e realizzare il regime change agognato.

E’ successo troppe volte ma il trucco funziona sempre e, così, con le solite lacrime di coccodrillo sul volto e lanciando l’urlo di battaglia dello scimpanzé ammaestrato, il vero democratico parte alla guerra liberatoria contro il despota assatanato, depravato, pazzo, sanguinario, hitleriano. Da Timisoara a Belgrado, da Tripoli a Damasco la storia si ripete due, tre quattro volte come tragedia, come farsa, come buffonata e come abitudine inveterata. Poi ogni tanto, quando ormai il danno è fatto e la memoria della gente cancellata, viene fuori che era tutto fabbricato per le ragioni di qualche Stato. Ieri Il Giornale titolava: “Il massacro di Timisoara mai avvenuto che provocò la caduta di Ceausescu (http://www.ilgiornale.it/news/interni/massacro-timisoara-mai-avvenuto-che-provoc-caduta-ceausescu-834433.html)” ma ne avevamo già parlato noi qualche anno fa (http://www.eurasia-rivista.org/1989-il-falso-carnaio-di-timisoara/5022/).

Uguale smentita sulla pulizia etnica perpetrata da Milosevic contro i Kosovari, casus belli della guerra alla Serbia nel 1999, arrivò addirittura dall’OCSE, appena qualche settimana dopo i “bombardamenti umanitari” di D’Alema (l’uomo divenuto Premier grazie ad un intrigo degli Usa, complice l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga ed i soliti ambasciatori americani a Roma, sempre molti attivi. Cossiga dichiarò, senza mai essere smentito o citato in tribunale dal leader del PDS-DS-PD, che lui ebbe un ruolo determinante nel portare D’Alema a Palazzo Chigi: “….eravamo nel pieno della guerra nel Kosovo e io, in un incontro riservato a casa del senatore valentino Martelli, avevo incontrato una qualificata e preoccupata delegazione diplomatica. C’erano l’ambasciatore britannico Jonh Weston, il suo collega americano all’ONU Bill Richardson e il ministro consigliere e vicecapomissione dell’ambasciata degli Stati Uniti a Roma James Cunnigham. Mi chiesero dell’Italia, di come si sarebbe comportata sul fronte di guerra. La questione era assai delicata, perché si sarebbe reso necessario bombardare le postazioni serbe di Slobodan Milosevic e gli italiani difficilmente potevano tirarsi indietro. Chi, se non un comunista, avrebbe potuto portare un Paese in guerra tacitando la prevedibile opposizione dei pacifisti e delle organizzazioni sindacali? Chi, seppure con difficoltà, avrebbe potuto vincere le resistenze più che prevedibili di un’opinione pubblica profondamente contraria all’uso delle armi? Pensai: solo D’Alema può farlo, è l’uomo politico che la storia chiedeva all’Italia in quel momento così difficile. Per raggiungere l’obiettivo fondai addirittura un partito, l’UDR, con Clemente Mastella. E il 28 ottobre del 1998 nacque il governo D’Alema).

Capito come si diventa dirittocivilisti ad oltranza e falsificatori ad abundantiam? E dire che ancora oggi il mitico baffetto nazionale, nonostante Cossiga abbia svelato la macchinazione internazionale dietro alla sua nomina a Premier, continua a ripetere di aver contribuito alla distruzione della sovranità serba per amore del prossimo e per evitare massacri più efferati. E le fosse comuni in Libia a causa delle quali si accelerò  l’intervento della “Comunità di recupero democratico internazionale” contro Gheddafi? Un vecchio cimitero sulla spiaggia. Ed in Siria? Credete che stia accadendo qualcosa di diverso? “E questo è un gioco da banditi, amici miei, che si chiama democrazia! (E. L. Masters, Nuova antologia di Spoon River)”

Lug 14, 2012 - Articoli da conservare    No Comments

George Soros e la finanza derivata

George Soros e la finanza derivata

(tratto da Movisol.org)

Il crac della borsa di Wall Street, nell’ottobre del 1987, coincise con il lancio di una strategia radicalmente nuova da parte delle grandi finanziarie, quali la Salomon Brothers, Merrill Lynch, Morgan Stanley e di grandi banche americane quali la Citicorp, Bankers’ Trust, J.P. Morgan & Co. Il crollo record di 508 punti dell’Indice Dow Jones, verificatosi il 19 ottobre 1987, fu causato da un’incredibile innovazione introdotta nelle transazioni finanziarie. Le grandi finanziarie acquistavano contratti a termine, i “futures”, non di ditte specifiche, ma su interi indici delle azioni borsistiche. Le finanziarie di Wall Street ricorsero ad un trucco, acquistando le “futures” ad un costo inferiore del 10% rispetto alle azioni stesse, ed influenzando così un rialzo del prezzo delle azioni sul mercato di New York. Ma poteva funzionare anche nel- la direzione opposta. Questo portò alla bolla speculativa che esplose il 19 ottobre, con l’effetto acceleratore dei sistemi computerizzati. I computer di Wall Street erano stati preprogrammati in modo da vendere automaticamente al verificarsi di una caduta dei mercati. Fu un gioco che spinse i mercati finanziari verso una paralisi irreversibile, ma a quella paralisi non ci si arrivò solo grazie al precipitoso intervento stabilizzatore da parte delle Banche Centrali. Proprio qui stava il trucco escogitato a Wall Street: avevano inventato un sistema di gioco d’ azzardo in cui non si rischia di perdere! Molto meno rischioso della gestione di un casinò a Las Vegas.

Il gruppo di Wall Street cominciò allora a sperimentare quest’arma terribile sulla borsa di Tokio. Nel novembre del 1989 l’Indice Nikkei Dow toccava i record storici di 39 mila Yen. Ma all’inizio dell’estate successiva quel valore era già dimezzato. A scatenare il tracollo furono le stesse case americane: Salomon Bros. Morgan Stanley, Merrill Lynch, Bankers Trust, Goldman Sachs, con un nuovo apporto dei brokers londinesi.

Una conseguenza delle operazioni per approfittare del drastico ribasso della borsa di Tokio (le cosiddette “put options” o “short-selling”) fu il ritiro pressoché completo degli investimenti giapponesi nel resto del mondo, mentre le banche del Sol Levante versavano nella crisi peggiore del dopoguerra.

Nel frattempo Washington e Londra esercitavano notevoli pressioni sulle altre capitali del Gruppo dei Sette perché favorissero la “liberalizzazione” dei mercati finanziari e la partecipazione al “gioco globale”. All’Uruguay Round dei negoziati GATT per la prima volta si discusse il libero scambio dei servizi finanziari.

Parallelamente alla “globalizzazione” dei mercati finanziari mondiali si verificò senza chiasso uno sviluppo estremamente importante.

Il direttore della Central Intelligence Agency William Webster decise di istituire una nuova sezione della CIA, il Directorate V. Annunciando la decisione a Los Angeles, Webster sottolineò l’ importanza della tendenza alla “globalizzazione dei mercati finanziari internazionali” come un’area d’interesse per la nuova CIA. Finita l’era della guerra fredda, Webster vedeva una nuova missione per la CIA nello spionaggio contro “gli alleati politici e militari dell’America che al tempo stesso sono nostri concorrenti economici”.

Dopo cinque anni di collaudi e affinamenti condotti a Tokio ed a Wall Street le tecniche innovative di Wall Street venivano sottoposte alla prova più ambiziosa: far crollare le valute nazionali, ad onta delle più autorevoli autorità bancarie centrali, mettendo i governi con le spalle al muro. A Wall Street furono introdotti nuovi strumenti finanziari che non avevano alcun collegamento concreto con il flusso reale di scambi commerciali e di investimenti. A questi strumenti fu dato il nome di “derivatives”, o finanza derivata.

A Wall Street svilupparono le operazioni nel regno dei tutto astratto dei contratti finanziari a termine, che poi furono estese anche alle valute; si stabilì così un mercato di “futures” tra vari paesi e non solo nell’ambito di una sola borsa. Si scommette sul prezzo futuro di una valuta rispetto ad un’altra, ad esempio il marco rispetto al dollaro, oppure sul valore di un titolo di stato di un paese rispetto a quello di un altro, ad esempio entro una scadenza di 90 giorni.

Si tenga ben presente però che l’oggetto della compravendita non è un Buono del Tesoro italiano e un qualsiasi altro corrispettivo straniero, ma si scommette, così come si fa alle corse, sul loro valore entro una data scadenza.

Le grandi finanziarie di Londra e di Wall Street si attrezzarono con i sistemi di Contrattazione computerizzata che collegarono con le principali piazze finanziarie internazionali realizzando così la globalizzazione finanziaria di cui parlava Webster.

I nuovi contratti furono chiamati “derivati” in quanto il loro prezzo deriva da un titolo azionario o finanziario reale, o da una merce, ma non esiste un collegamento con la sua diretta proprietà. A Chicago, ad esempio, iniziarono la contrattazione di contratti a termine dell’indice del Nikkei Dow di Tokio, e lo stesso fecero da re. A Tokio non svolgevano contrattazioni simili e non ne capivano l’importanza. Gli sforzi del ministero delle Finanze nipponico per ottenere la cooperazione di Singapore a sospendere tali scambi fallirono in blocco. Gli organi d’informazione statunitensi e britannici criticarono quell’iniziativa giapponese come “passata di moda”.

La Moody’s crea l’ambiente controllato

Nei giorni successivi al “no” danese nel referendum del 2 giugno 1992 sul Trattato di Maastricht gli “insider” di Wall Street prepararono il grande attacco. Nel luglio 1992 gli operatori più importanti furono messi al corrente del fatto che “entro la fine dell’anno ciascuna moneta dello SME in Europa avrebbe cominciato a fluttuare liberamente”. I manager delle finanziarie decisero pertanto di sbarazzarsi dei titoli e delle valute europee. Tra i candidati più ovvi per tale svendita spiccavano l’Italia, come pure l’Inghilterra.

Ciò di per sé però non bastava. Il rischio era troppo alto e bisognava andare invece sul sicuro, perché sullo SME vegliava uno schieramento di alcune tra le più potenti banche centrali del mondo, a partire dalla Bundesbank, legate da un patto di reciproca difesa. A questo punto si ricorse ai servigi della Moody’s Investor Service, una ditta che stabilisce il “rating” a Wall Street, stabilisce cioè il grado di affidabilità dei titoli.

Anni addietro l’Italia aprì le porte agli investimenti stranieri, e vi fu costretta per finanziare il deficit, dando anche agli stranieri l’opportunità di acquistare Buoni dei Tesoro. Bastava allora convincere questi investitori stranieri che il debito statale italiano valesse poco più di quello di un paese come la Bolivia, ed essi si sarebbero precipitati a liquidare quei titoli, costringendo così la Banca d’Italia ad offrire tassi di interesse sostanzialmente più alti per i nuovi Bot.

Questo è il compito che la Moody’s ha assolto a partire dal giugno dello scorso anno. Iniziò annunciando di aver posto il debito italiano nella lista del “credit watch”, cioè sotto osservazione per una probabile retrocessione, benché non si stesse verificando alcuna crisi di solvibilità. Poi ci fu la serie di retrocessioni del debito italiano decretate dalla Moody’s seguite ogni volta da un rialzo dei tassi di interesse che il Tesoro era costretto ad offrire agli acquirenti dei suoi titoli.

Ogni aumento dell’l% del tasso d’interesse sul vasto debito pubblico italiano significa un aumento medio del deficit governativo di circa 17 mila miliardi di lire, che in pochi minuti brucia i disperati tagli effettuati sulla spesa pubblica. Le nuove emissioni a tassi maggiorati erano interpretati dalla Moody’s come un nuovo segnale di “inaffidabilità”, e giù un altro votaccio sulla pagella dell’Italia. Si tratta evidentemente di un circolo vizioso deliberatamene messo in moto dalla Moody’s che culminò nel settembre scorso!

Ma cos’è questa Moody’s, questo ente privato che ha finito col decidere il destino di nazioni e governi sovrani? Chi gli conferisce tanta autorità? Perché ad esempio non ha dato pollice verso anche agli Stati Uniti, visto che il debito pubblico di quel paese ha superato i 4 mila miliardi di dollari?

Nel mondo finanziario la Moody’s è famosa come “la più politica” agenzia di “rating”. È presieduta da John Bohn, che nell’amministrazione di Bush era un funzionario ad alto livello del Tesoro. Mentre votava una retrocessione dopo l’altra dell’Italia l’estate scorsa la Moody’s dava un rapporto molto positivo sulle grandi banche, come la Citicorp, che avevano esteso prestiti all’impero immobiliare canadese Olimpia & York di Paul Reichmann finito in una bancarotta clamorosa. I Reichmann erano legati politicamente ad Henry Kissinger, a lord Carrington ed all’oggi famoso George Soros. La Moody’s e premurosa con gli amici.

La cosa è persino più palese. Proprietaria della Moody’s è la Dun & Bradstreet Inc. che è anche proprietaria del Wall Street Journal. Nel consiglio d’amministrazione della Dun & Bradstreet figurano i principali direttori delle più importanti finanziarie di Wall Street che hanno condotto la speculazione contro la lira, e che sono anche quelle che al tempo stesso “prestavano consulenze” al governo italiano su come condurre il delicato processo di privatizzazione delle imprese di stato. II conflitto d’interessi è ovvio.

Nel consiglio d’amministrazione della M.J. Evans, strettamente legata alla Moody’s, figura un personaggio che al tempo stesso è nel consiglio di amministrazione della Morgan Stanley ed un altro ancora, R.A. Hansen, figura nella direzione della ,J.P. Morgan e della Merrill Lynch! Un altro ancora è Charles Raikes, che è stato consigliere della Federal Reserve dal 1958.

George Leung, amministratore delegato della Moody’s Investors Service, dichiarava su Financial World del 18 febbraio: “La gente è sempre più disillusa nei confronti del governi, sempre più preoccupata degli imbrogli e problemi che vede nei governi e finisce col cercare qualcuno che possa indipendentemente far luce su tanta confusione. Questo è il nostro ruolo”. Questa dichiarazione d’intenti è anteriore alla campagna della Moody’s contro l’Italia. Chi ha affidato alla Moody’s il potere di decidere sulle nazioni? Nessuno. Moody’s ha colmato il vuoto creatosi con la paralisi dei governi, costringendo ad accettare i propri diktat con la minaccia di voti sfavorevoli sul debito. La Moody’s però ha solo preparato il terreno. L’attacco alla lira è stato sferrato dalla speculazione della finanza derivata, diretta a colpire il “fianco debole” dello SME.

George Soros ed i suoi amici

Con l’avvicinarsi in Francia della scadenza referendaria su Maastricht del 19 settembre,un raggruppamento di banche e speculatori di Wall Street, diretto da George Soros, uno strano personaggio di origine ungherese, lanciò una formidabile ondata speculativa per costringere la lira a svalutare ed uscire di conseguenza dallo SME.

Ecco come funzionò.

La finanza derivata, teniamolo presente, consiste in scambi in cui non si cedono o acquistano azioni o titoli reali, ma che rappresentano solo un accordo tra le due parti a compiere pagamenti ad una futura scadenza in rapporto al rendimento di una merce o una valuta. L’esempio tipico è dato da una banca che compie un’operazione commerciale “derivata” mettendo a disposizione soltanto il 10% dei valore nominale del contratto, cioè il deposito di garanzia. Grazie ai collegamenti personali con banche come la Citicorp di New York, George Soros è stato capace di far crollare la lira e la sterlina, come pure la corona svedese, il tutto soltanto con denaro preso a prestito, senza versare più del 5% per il margine di garanzia collaterale!

In sostanza Soros ha dato come garanzia soltanto 50 milioni di dollari di titoli per ottenere una linea di credito, dalla Citicorp ed altre banche, di un miliardo di dollari. Un prestito a tempi brevissimi, per scommettere sulla svalutazione forzata della lira nei giorni in cui in Francia si teneva il referendum! Il rapporto speculativo del suo denaro è stato di 20:1. Dal canto loro la Bundesbank, la Banca d’Italia e le altre banche per difendere la propria valuta hanno invece dovuto sborsare il prezzo completo degli acquisti. Si stima che la Bundesbank abbia speso a settembre 60 miliardi di dollari nelle varie operazioni di difesa delle monete dello SME. Utilizzando i “derivatives”, Soros e Wall Street hanno potuto spuntarla sulla Bundesbank con soli 3 milioni di dollari (20:1) !

In una tipica operazione di swap con i “derivatives” condotta da Soros lo scorso autunno si sono acquistate lire con i dollari, le lire sono poi state convertite in marchi tedeschi al tasso fisso di cambio dello SME. Poi è stata la volta della Moody’s a declassare l’Italia, mentre gli organi di informazione internazionali si davano da fare a descrivere la gravità della crisi economica e politica del paese. Le corporation hanno avuto paura ed hanno cominciato a vendere lire. La valuta italiana è così passata da 765 lire contro il marco all’inizio di settembre alle 980 lire solo quattro settimane più tardi.

A quel punto Soros poteva acquistare lire fortemente scontate (il 28% in meno) e ripagare il suo debito iniziale, prima che scadesse la data del suo contratto, per il quale aveva inizialmente versato solo il 5%. II profitto che ne ha ricavato si calcola sul 560%, cioè circa 280 milioni di dollari. Ma nessuna autorità di vigilanza sarebbe potuta intervenire perché l’operazione è stata condotta “fuori registro”, o come si suoi dire “Over-the-Counter”, direttamente tra le due parti interessate senza altre formalità.

Naturalmente, se la lira si fosse rivalutata del 5% l’impero di Soros sarebbe stato spazzato via all’istante. Soros però non è soltanto un giocatore d’azzardo “fortunato”.

Intendo infatti spiegare che Soros è riuscito a condurre le sue recenti operazioni speculative in grande stile perché ha accesso alle informazioni più riservate dei centri di potere. Nel caso della crisi dello SME, come poteva sapere Soros quale delle 12 valute sarebbe stata colpita in quale giorno preciso?

Ex funzionari della Federal Reserve USA spiegano privatamente che Soros ha ricevuto informazioni riservate da parte di un amico che nella Federal Resene di New York lavora nel settore delle valute internazionali. La Fed di New York dispone, minuto per minuto, delle informazioni sull’andamento delle monete direttamente dalle banche centrali europee. Se Soros può disporre di tali informazioni il suo gioco è garantito.

Ma chi c’è dietro questo personaggio misterioso? Soros opera attraverso la Quantum Fund NV, una compagnia off-shore registrata nelle Antille Olandesi.

Opera insieme ad un raggruppamento internazionale che potrebbe essere chiamato il gruppo dei Rothschild. Nel consiglio di amministrazione della Quantum Fund figura Nils Taube, socio d’affari di lord Rothschild, e sir James Goldsmith, imparentato ai Rothschild. Altro membro del Quantum è Richard Katz che a Milano dirige la Rothschild Italia, S.p.A. Altri esponenti del Quantum sono Isidore Albertini della ditta di brocheraggio milanese Albertini & Co.; Alberto Foglia, capo della Banca del Ceresio di Lugano; e Edgar Picciotto, un socio di affari di Carlo de Benedetti. Picciotto dirige inoltre la CBITDB Union Bancaire Privée di Ginevra.

Si dice poi che al Quantum partecipino segretamente anche Marc Rich, uno svizzero latitante che operava nel settore dei metalli preziosi e del petrolio, ed il mercante di armi israeliano Shaul Eisenberg. Soros inoltre è colui che ha introdotto in Polonia ed in Russia il professore di Harward Jeffrey Sachs, il guru della terapia d’urto che causa il caos economico incontrollabile e profitti astronomici per gruppi ristretti di potere. Degno di nota è il fatto che Marc Rich ed Eisenberg sono stati tra gli investitori più attivi nell’Europa orientale e nel CSI a partire dal 1990.

Torniamo alla “Dottrina Webster” della CIA, promulgata nel 1989. All’epoca di Bush Washington era impegnata a sabotare l’unità economica europea. L’estate scorsa il governo USA fece strane dichiarazioni che ebbero l’effetto di scuotere le parità delle monete europee in rapporto al dollaro, come fase preliminare della crisi di settembre. Responsabile di quella operazione fu l’allora viceministro del Tesoro David Mulford, che oggi presiede la Credit Suisse First Boston di Wall Street. Prima di andare a Washington nel 1982 Mulford era uno dei direttori della Merrill Lynch, quando allora era presieduta da Donald Reagan, che andò anche lui a Washington come ministro del Tesoro sotto il Presidente Reagan.

Degno di nota è che una delle primissime nomine fatte dal Presidente Clinton riguarda Robert Rubin, presidente della Goldman Sachs, finanziaria più prestigiosa di Wall Street. Oggi Rubin è il Direttore dei nuovo Consiglio di Sicurezza Economica Nazionale della Casa Bianca. Esperti osservatori di Washington ritengono che il nuovo consiglio sia stato creato per coordinare l’applicazione della Dottrina Webster direttamente dalla Casa Bianca.

Le alte sfere della CIA, magari attraverso ex funzionari, hanno fatto opera di reclutamento nei consigli di amministrazione delle grandi finanziarie di Wall Street. Ai dirigenti delle finanziarie che accettano, la CIA impartisce un particolare addestramento ed essi tornano poi al loro mondo di Wall Street. Conosco personalmente un banchiere svedese che è stato invitato a Washington il novembre scorso ad un seminario dove l’ex capo della CIA William Colby teneva un discorso sul tema della nuova missione di spionaggio economico dei servizi segreti USA. Colby è personalmente impegnato a reclutare i dirigenti delle grandi finanziarie spiegando loro che adesso i mercati finanziari globali sono considerati un “area di interesse della sicurezza nazionale USA”. Il seminario era sponsorizzato dalla Merrill Lynch e dalla Borsa di New York.

Lug 14, 2012 - Articoli da conservare    No Comments

Il Britannia e la strategia anglo-americana dietro le privatizzazioni in Italia: il saccheggio di un’economia nazionale

14 gennaio 1993



 

Documento diffuso dall’Executive Intelligence Review e dal Movimento Solidarietà

 

Il 2 giugno 1992, a pochi giorni dall’assassinio del giudice Giovanni Falcone, si verificava in tutta riservatezza un altro avvenimento che avrebbe avuto conseguenze molto profonde sul futuro del Paese. Il «Britannia», lo yacht della corona inglese, gettava l’ancora presso le nostre coste con a bordo alcuni nomi illustri del mondo finanziario e bancario inglese: dai rappresentanti della BZW, la ditta di brockeraggio della Barclay’s, a quelli della Baring & Co. e della S.G. Warburg. A fare gli onori di casa era la stessa regina Elisabetta II d’Inghilterra. Erano venuti per ricevere alcuni esponenti di maggior conto del mondo imprenditoriale e bancario italiano: rappresentanti dell’ENI, dell’AGIP, Mario Draghi del ministero del Tesoro, Riccardo Gallo dell’IRI, Giovanni Bazoli dell’Ambroveneto, Antonio Pedone della Crediop, alti funzionari della Banca Commerciale e delle Generali, ed altri della Società Autostrade.

Si trattava di discutere i preparativi per liquidare, cedere a interessi privati multinazionali, alcuni dei patrimoni industriali e bancari più prestigiosi del nostro paese. Draghi avrebbe detto agli ospiti inglesi: “Stiamo per passare dalle parole ai fatti”. Da parte loro gli inglesi hanno assicurato che la City di Londra era pronta a svolgere un ruolo, ma le dimensioni del mercato borsistico italiano sono troppo minuscole per poter assorbire le grandi somme provenienti da queste privatizzazioni. Ergo: dovete venire a Londra, dove c’è il capitale necessario.

Fu poi affidato ai mass media, ed al nuovo governo Amato, il compito di trovare gli argomenti, parlare dell’urgente necessità di privatizzare per ridurre l’enorme deficit del bilancio. Al grande pubblico, sia il governo che i mass media hanno risparmiato la semplice verità che il “primo mobile” dietro tutto il dibattito sulle privatizzazioni è costituito dalle grandi case bancarie londinesi e newyorkesi. L’obiettivo è semplicemente quello di prendere il controllo di ogni aspetto della vita economica italiana sfruttando le numerose scuse di ingovernabilità, corruzione, partitocrazia, inefficienza, ecc.

Prima di esercitarci a calcolare quante lirette il ministero del Tesoro potrebbe ottenere dalla svendita dell’ENI, dell’IRI ecc., cerchiamo di mettere in luce i presupposti filosofici dei banchieri londinesi e dei loro associati newyorkesi della Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers e dei loro sostenitori nel Fondo Monetario Internazionale, nell’OCSE e nel mondo dei mass media. Queste grandi finanziarie di New York e Londra su cui si fonda il potere anglo-americano gestiscono il gioco della liberalizzazione dei mercati internazionali. Ne scrivono e riscrivono le regole per massimizzare di volta in volta i profitti. A Bruxelles contano su sir Leon Brittan, fratello del Samuel Brittan direttore del Financial Times. Fino al gennaio 1993 Leon Brittan è stato Commissario della CEE per la Politica di Concorrenza ed è l’autore delle regole bancarie ed assicurative che hanno favorito Londra, tanto criticate sia dalla Germania che dagli altri paesi membri della CEE. Sir Leon era un esponente del governo della Thatcher quando improvvisamente, nel gennaio del 1986, si dimise per andare a Bruxelles.

Nonostante le illusioni di grandeur, Parigi è un centro finanziario che non può tener testa alla prepotenza anglo-americana, e lo stesso discorso vale per i finanzieri di Francoforte, così come quelli del Sol Levante. Pur disponendo delle maggiori istituzioni bancarie e assicurative, il Giappone non è in grado di offrire una valida resistenza alle manipolazioni finanziarie anglo-americane.

La globalizzazione e il “Big Bang” londinese

La formula che gli anglo-americani tentano oggi di spacciare ai governi di tutto il mondo, convincerli cioè a svendere i patrimoni dello stato per ottenere qualche liquido con cui far fronte al dissesto del bilancio ed al tempo stesso “promuovere la competitività”, fu collaudata dalla finanza londinese alla fine del 1979, in particolare dalla N.M. Rothschild & Co., che coordinò la svendita generale per conto del governo della “Lady di Ferro”.

Così un ristretto gruppo di finanzieri ha dominato per quasi 12 anni l’economia inglese. Principalmente si tratta di esponenti della Società Mont Pelerin, come i consiglieri della Tatcher Karl Brunner, sir Alan Walters, lord Harris of High Cross ed altri ancora. La Società Mont Pelerin è stata presieduta internazionalmente fino a poco tempo fa dall’economista arciliberista Milton Friedman, ascoltatissimo dal Presidente Ronald Reagan.

Friedman è l’architetto della politica economica imposta al Cile dalla dittatura di Augusto Pinochet. Essa si riduce all’idea di tenere il governo fuori da ogni intervento e lasciare che gli interessi privati facciano il bello e cattivo tempo. Friedman fece scalpore quando propose che l’eroina e gli altri stupefacenti venissero considerati alla stregua di una “merce” normale, in modo da permettere al consumatore di “scegliere liberamente” se acquistarla o meno.

Sotto la rivoluzione “liberistica” imposta dalla Thatcher sono state messe all’asta le imprese migliori dell’Inghilterra, dalla British Petroleum alle compagnie del gas e dell’acqua, fino alla industria militare Vickers. Da quando la Thatcher è stata costretta ad andarsene vengono pian piano alla luce informazioni sempre più precise di come ad arricchirsi spudoratamente in quella “privatizzazione” furono principalmente gli amici della Lady di Ferro.

D’altro canto quel “collaudo” dimostra come non sia affatto vero che l’industria, una volta privatizzata, diventi più efficiente. Dopo 13 anni di thatcherismo, quella britannica è la più arretrata tra le grandi economie europee. Negli investimenti per la Ricerca e Sviluppo del settore macchine industriali ed automobile, l’Inghilterra è stata superata anche dall’Italia. L’essenza del “liberismo” thatcheriano è dare la priorità assoluta alla finanza, a scapito dello sviluppo industriale dell’economia nazionale.

Questa degenerazione britannica toccò il fondo nell’ottobre del 1986, quando il governo decretò la completa deregolamentazione finanziaria della City di Londra, che fu chiamata il “Big Bang”. Poco meno di un anno dopo, la borsa di Londra crollò insieme a tutte le altre, travolte dalla frenetica spirale di speculazioni e truffe da essa iniziata.

In Inghilterra il “problema” delle ditte di proprietà statale, come la British Leyland o la Jaguar, non era il fatto che esse fossero di proprietà dello stato, ma piuttosto che questo stato, amministrato dal governo della Thatcher, non volle impegnarsi in una oculata politica di pianificazione degli investimenti industriali, cosa caratteristica ad esempio del MITI in Giappone, perché quel governo esprimeva gli interessi dell’alta finanza e non quelli delle capacità produttive del paese. Oggi però dovrebbe essere chiaro anche ai non addetti che la deregolamentazione finanziaria londinese ha inesorabilmente portato alla rovina economica nazionale. L’Inghilterra versa nella peggiore crisi economica dagli anni Trenta, con la disoccupazione che è tornata ai livelli del 1979, quando si insediò la Thatcher. Il deficit del bilancio lievita ad un tasso annuale del 7% del PNL.

Però, contrariamente alla situazione del 1979, oggi il governo britannico non dispone più di una propria base industriale con cui mettere in moto tutta una serie di investimenti nel settore industriale.

Ma, a prescindere dal saccheggio compiuto da sir Jimmy Goldsmith, Jacob Rothschild, lord Hanson e compagnia dietro il paravento del “liberismo ad oltranza”, la privatizzazione decisa della Thatcher va collocata nel contesto della strategia anglo-americana per aprire altre regioni economiche a forme molto sofisticate di saccheggio neo-coloniale, perpetrato con la “mano invisibile” tanto cara alle teorie liberistiche. Questa “mano invisibile” anglo-americana regola i meccanismi di fusioni ed acquisizioni operate da altri governi nella misura in cui questi sono così stupidi e sprovveduti da richiedere e pagare profumatamente “consulenze finanziarie” proprio a quella cricca di finanzieri.

Alla fine degli anni Settanta, quando a Londra la Thatcher cominciò lo scontro col sindacato per ridurre i salari e cominciò a svendere le imprese statali ai suoi amici, a Wall Street gente come Donald Reagan, presidente della Merrill Lynch, e Walter Wriston, capo della Citicorp, si impegnarono a lanciare una “rivoluzione finanziaria” sulla stessa falsariga che in America fu chiamata “deregolamentazione dei mercati finanziari”.

Quando Ronald Reagan diventò presidente nel 1981, e prestò ascolto a Milton Friedman, la deregulation fece innumerevoli proseliti a Washington. Nei 12 anni che seguirono, fino alla sconfitta di George Bush nel novembre del 1992, Washington voltò le spalle ad una ben dosata politica di supervisione e regolamentazione governativa di attività particolarmente importanti come quella delle compagnie aree e degli autotrasporti, per non parlare dell’economia in generale. Le leggi che erano state escogitate negli anni della Grande Depressione per proteggere la proprietà di piccoli risparmiatori e azionisti furono abrogate o ignorate negli anni Ottanta per fare spazio alla “legge del Far West” che prevede la sopravvivenza del più cattivo.

Negli anni ruggenti della deregulation la filosofia negli USA era “tutto è ammesso, dillo con i soldi”. Così al crimine organizzato fu permesso di reinvestire i proventi illeciti nei regolari flussi finanziari, per poterli così usare nelle scalate speculative a Wall Street condotte da gente come Mike Milken, Ivan Boesky ed altri. Grazie al proliferare delle “obbligazioni spazzatura”, o altre tecniche speculative, si potevano acquisire imprese sane i cui nuovi proprietari trascuravano la politica di sviluppo a lungo termine su cui cresceva l’impresa, cercando solo di realizzare profitti a breve termine. Fu così che la TWA Airlines finì in mano a Carl Icahn, uno speculatore della banca Drexel. In questi anni Ottanta, i principali istituti finanziari di Londra e New York, come la S.G. Warburg, la Barclays, la Midland Bank, la Citicorp, la Chase Manhattan, la Goldman Sachs, la Merrill Lynch, la Salomon Bros., lanciarono la “globalizzazione dei mercati finanziari”. Il presupposto di partenza era che se tutti i paesi avessero abolito i controlli sui flussi di capitali ed altri meccanismi, la nuova finanza anglo-americana avrebbe potuto accedere a nuovi, grandi spazi economici, altamente profittevoli. I grandi nomi della finanza erano alla caccia di nuovi organismi sani su cui esercitare la propria distruttiva opera parassitaria, e così sedussero molti ambienti bancari, sia europei che giapponesi, a rinunciare alla naturale diffidenza per unirsi al gioco speculativo anglo-americano e “vincere”.

Uno dei sofismi utilizzati a questo proposito era quello che descriveva il sistema finanziario del paese preso di mira come “superato”, “obsoleto”, “non abbastanza dinamico”; insomma, da riformare per promuovere la nuova ondata di finanza creativa. Così l’intera Europa fu accusata di soffrire di “Eurosclerosi”. Tutti i trucchi sono buoni per costringere le economie nazionali a sollevare le barriere protettive e permettere alla finanza anglo-americana di dilagare su ciò che essa definiva mercati “arretrati” o “provinciali” e sfruttare la maggiore scaltrezza finanziaria per saccheggiarli.

La grande speculazione e la finanza angloamericana

Il vero e proprio inizio di questa dissennata corsa alla deregulation e alla “globalizzazione” dei mercati finanziari in stile thatcheriano, a cui assistiamo attualmente in Italia, risale alla fine degli anni ’60, inizio anni ’70. A partire da quel periodo, le grandi banche internazionali americane, come la Chase Manhattan e la Citicorp, iniziarono a cercare nuovi impieghi del capitale che fruttassero alti profitti, in quanto gli investimenti nell’economia interna americana non erano così profittevoli come quelli all’estero. Nel 1971, decine di miliardi di dollari avevano già abbandonato gli Stati Uniti ed erano approdati in Europa. L’astuto Sir Siegmund Warburg, presidente della omonima e celebre banca britannica (la stessa a cui il ministro del Tesoro Barucci si è recentemente rivolto per stimare il valore immobiliare dell’IMI), si recò allora a Washington per convincere il Tesoro e il Dipartimento di Stato USA a far rimanere all’estero quei capitali, in modo che Londra potesse usarli per ripristinare il ruolo di “banchiere mondiale” che la City aveva svolto fino al 1914. È ironico che il primo prestito in “Eurobbligazioni” sottoscritto da Siegmund Warburg fosse quello di 15 milioni di dollari lanciato dalla Società Autostrade dell’IRI.

La vera trovata di Warburg fu però l’uso dei dollari espatriati in Europa, i cosiddetti “Eurodollari”, che si rivelarono l’innovazione finanziaria più destabilizzante degli anni settanta. Il Presidente Nixon, seguendo il consiglio di George Shultz e Paul Volcker, annunciò il 15 agosto 1971 che da quel momento in poi Washington e la Federal Reserve, la banca centrale USA, si sarebbero rifiutate di riscattare in oro i dollari posseduti dalle altre banche centrali. Washington stracciò, con atto unilaterale, gli accordi di Bretton Woods del 1944 che stabilivano l’ordine monetario postbellico. Di colpo, il mondo si ritrovò ostaggio di un regime di “tassi di cambio fluttuanti” che trasformò il sistema monetario basato sul dollaro in una gigantesca arena speculativa.

Nel maggio 1973, sei mesi prima che scoppiasse la “crisi petrolifera”, l’oligarchia politico-finanziaria angloamericana si riunì segretamente nella località svedese di Saltsjoebaden per discutere la fase successiva del “ricatto” esercitato per mezzo del dollaro sull’economia mondiale.

Tra gli ospiti di quel ristretto gruppo di potenti, riuniti sotto l’egida del Club Bilderberg, c’era il Presidente della FIAT Gianni Agnelli. Si discusse che bisognava persuadere l’OPEC ad aumentare il prezzo del petrolio del 400%. Dato che dal 1945 il petrolio si acquistava solo con dollari, la mossa avrebbe automaticamente quadruplicato la domanda di dollari sul mercato internazionale.

Henry Kissinger, un altro ospite della riunione segreta del Bilderberg, battezzò l’idea col nome di “riciclaggio dei petrodollari”. I suoi interlocutori, come Lord Richardson della British Petroleum, Robert O. Anderson dell’americana Atlantic Ritchfield Corporation (ARCO) o lo svedese Marcus Wallenberg, non erano interessati a discutere come impedire i catastrofici effetti sull’economia mondiale derivanti da un quadruplicamento del prezzo del petrolio, ma, piuttosto, l’intera discussione in quella sperduta località della Svezia ruotò attorno all’idea di come assicurare che poche, scelte banche americane controllassero la nuova ricchezza dei “petrodollari” in mano araba. Si trattava quindi di come aumentare il potere nelle mani delle banche di Londra e New York, del cartello petrolifero e dei loro amici europei, alle spese del resto del mondo.

Negli anni ’80, dopo due crisi petrolifere e l’equivalente shock della stretta creditizia pilotata da Paul Volcker alla guida della Federal Reserve (1979-1982), la deregulation finanziaria di Thatcher e Reagan creò, nel contesto di un valore “fluttuante” del dollaro e del riciclaggio di prestiti in petrodollari che rifinanziavano il deficit dei paesi del Terzo Mondo, la cornice per un nuovo riciclaggio, quello dei narco-dollari. La liberalizzazione delle transazioni finanziarie in Europa e negli Stati Uniti negli ultimi dieci anni è servita infatti ad aprire le porte al riciclaggio dei proventi illeciti della droga, che nel 1990 si stimava in un valore tra i 600 e i 1000 miliardi di dollari.

La Lugano connection

A questo punto occorre dedicare qualche riga alle finanziarie di Wall Street che svolgono un ruolo decisivo nella “privatizzazione” delle imprese pubbliche italiane. Sono tre le ditte impiegate all’uopo come “consulenti” del governo Amato: Goldman Sachs, Merrill Lynch e Salomon Brothers. Lo stesso ministro dell’Industria Giuseppe Guarino, contrario a una “svendita” del patrimonio industriale raccolto nelle ex Partecipazioni Statali, sembra riporre fiducia in queste tre finanziarie, i cui dirigenti incontrò il 17 settembre scorso nel corso di un viaggio a New York.

Sono molti attualmente a ritenere la Goldman Sachs la più potente finanziaria di Wall Street, posizione conquistata almeno a partire dal 1991, quando scoppiarono gli scandali di “insider trading” che la coinvolgevano assieme alla Salomon Brothers. Il presidente della Goldman Sachs, Robert Rubin, sarà il capo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale del Presidente Clinton. Quel posto dovrà essere un “ufficio di guerra economica” in stile britannico, per fronteggiare quelli che l’ex capo della CIA William Webster chiamò “gli alleati politici e militari dell’America che sono i suoi rivali economici”. Rubin non è il primo dirigente della Goldman Sachs che ricopre una carica nel governo americano. Prima di lui l’attuale vicepresidente, Robert Hormats, fu consigliere di Henry Kissinger al Dipartimento di Stato e un altro “senior partner”, John Whitehead, fu sottosegretario di Stato con Ronald Reagan. La Goldman Sachs é uno dei più influenti manipolatori del prezzo del petrolio e del valore delle monete, che determina tramite la sussidiaria J. Aron & CO., che opera sul mercato delle merci e dei “futures”. La Goldman Sachs ha rafforzato la sua presenza in Italia aprendo nel 1992 un “ufficio operativo” a Milano. Più avanti vedremo il ruolo cruciale che essa ha svolto nella crisi della lira e nella partita delle privatizzazioni.

La Salomon Brothers domina, assieme alla Goldman Sachs, il commercio di greggio mondiale. La Salomon possiede anche la svizzera Phibro (Philipp Brothers), che opera nel settore delle materie prime. Nel 1989 la Phibro fu coinvolta in un caso di riciclaggio di milioni di dollari ricavati dalla vendita di cocaina negli Stati Uniti. I soldi venivano riciclati dalla banda chiamata “La Mina”, che lavorava per il cartello della coca colombiano, nella Phibro Precious Metal Certificates.

Dopo gli scandali di “insider trading” e speculazione su Buoni del Tesoro USA scoppiati nel 1991, a cui abbiamo accennato sopra, ci fu un completo rinnovo dei vertici della finanziaria. Il nuovo presidente, attuale azionista di maggioranza, è Warren Buffett, originario di Omaha, Nebraska.

Buffett, oltre ad essere amico intimo di George Bush, è anche il principale azionista del Washington Post e della rete televisiva ABC. Egli possiede vasti interessi anche nell’American Express (del cui consiglio di amministrazione fa parte Henry Kissinger) e nella Wells Fargo Bank.

Lo stesso Buffett si dice sia implicato in uno scandalo di pedofili del Nebraska che facevano capo, fino alla fine degli anni ’80, al finanziere repubblicano Larry King, della banca Franklin Credit Union. Buffett era il patrocinatore e il sostenitore di King. La Warren Buffett Foundation, la fondazione intestata a suo nome, finanzia cause antidemografiche, come quelle lanciate da organizzazioni americane come Negative Population Growth, Planned Parenthood, l’Associazione per la Sterilizzazione Volontaria e il Population Council.

La Merrill Lynch è famosa per il ruolo che svolse in una sensazionale operazione di riciclaggio del denaro tra l’Italia, la costa orientale degli Stati Uniti e Lugano. Si tratta della “Pizza connection”, che portò al processo in cui la famiglia mafiosa newyorchese dei Bonanno fu accusata di aver riciclato circa 3,5 miliardi di dollari fino a quando fu arrestata, nel 1984. I Bonanno avevano usato, per i loro traffici, la sede centrale di New York e gli uffici di Lugano della Merrill Lynch. L’aspetto più sconcertante del processo sulla “Pizza connection” in Svizzera e a New York è che essi ignorarono completamente la complicità dei vertici della Merrill Lynch. All’epoca del processo il ministro del Tesoro americano, responsabile per le ispezioni sul riciclaggio del denaro, era l’ex presidente della Merrill Lynch Donald Reagan. Il processo si concluse con alcune multe nei confronti di funzionari minori della sede luganese della finanziaria americana, e la storia finì lì. Come è noto, la Merrill Lynch é stata incaricata dall’IRI, il 9 ottobre scorso, di preparare la privatizzazione del Credito Italiano.

Abbiamo fin qui identificato alcuni fatti poco noti che riguardano le tre finanziarie di Wall Street chiamate a svolgere un ruolo decisivo nella valutazione e nella stessa privatizzazione delle imprese pubbliche italiane. Queste finanziarie accedono a dati di grande importanza e delicatezza che riguardano alcune delle più valide imprese europee e si posizionano in assoluto vantaggio come “consiglieri per la privatizzazione”. Naturalmente, tutto secondo una rigida etica professionale e senza conflitti di interesse!

Moody’s e la guerra della lira

Quasi in contemporanea con la nomina del governo Amato, l’agenzia di “rating” newyorchese Moody’s annunciò, con la sorpresa di molti, che avrebbe retrocesso l’Italia in serie C dal punto di vista della credibilità finanziaria. Questo, senza che le cifre del debito italiano fossero cambiate drasticamente (la tendenza al deficit era nota almeno da due anni) e senza alcun rischio di insolvenza da parte dello stato. La giustificazione di Moody’s fu che il nuovo governo non dava sufficienti garanzie di voler apportare seri tagli al bilancio dello stato. Negli ambienti finanziari internazionali, Moody’s è famosa perché usa come arma “politica” la sua valutazione di rischio, tale che beneficia interessi angloamericani a svantaggio di banche rivali o, come nel caso dell’Italia, di intere nazioni. Il presidente della Moody’s, John Bohn, ha ricoperto un’alta carica nel ministero del Tesoro USA sotto George Bush.

La mossa di Moody’s costrinse il governo Amato ad alzare i tassi d’interesse sui BOT per non perdere gli investitori. Essa segnalò anche l’inizio di una guerra finanziaria contro la lira. Secondo fonti ben informate, i più aggressivi speculatori contro la lira, nell’attacco del luglio scorso, furono la Goldman Sachs e la S.G. Warburg di Londra. Ribadiamo che la speculazione ebbe un movente principalmente politico, non finanziario, e che, purtroppo, ebbe successo. L’Italia fu costretta ad abbandonare lo SME e il governo varò un piano di tagli e annunciate privatizzazioni per ridurre il deficit.

Ciò che Amato non ha mai detto è che la svalutazione della lira nei confronti del dollaro ha dato agli avventurieri della Goldman Sachs e delle altre finanziarie di Wall Street un grande “vantaggio”. Calcolato in dollari, l’acquisto delle imprese da privatizzare è diventato, per gli acquirenti americani, circa il 30% meno costoso. Lentamente, specialmente dopo l’ultimo attacco speculativo dell’inizio dell’anno, la lira si va assestando sul valore “politico” di circa 1000 lire a marco, esattamente il valore indicato dalla Goldman Sachs nel luglio scorso come “valore reale” della moneta italiana.

Come mai questa “coincidenza”? Come mai la finanziaria newyorchese ha appena aperto un ufficio operativo in un paese che secondo i suoi criteri sprofonda nella crisi? Come mai un economista come Romano Prodi, “senior adviser” della Goldman Sachs, suggerisce di privatizzare alla grande, vendendo tutte e tre le banche d’interesse nazionale (Banca Commerciale, Credito italiano, Banca di Roma), più il San Paolo di Torino, il Monte dei Paschi di Siena e l’Ina (Convegno presso l’Assolombarda il 30 settembre 1992)?

Lo stesso Prodi, che nel passato è stato a capo dell’IRI, oggi sembra aver sposato completamente la causa neoliberista angloamericana, tanto da aver proposto, a metà novembre, che l’Europa applichi verso i paesi dell’est una politica simile a quella dell’accordo di libero scambio siglato tra Stati Uniti, Messico e Canada (NAFTA). Un tale trattato darebbe il via libera alle grandi imprese per trasferire le loro attività all’est, dove la forza lavoro costa meno (è quanto è avvenuto ai confini tra Stati Uniti e Messico). Ciò aggraverebbe la crisi all’ovest e condurrebbe, nel medio-lungo termine, ad un abbassamento della produttività anche all’est, dato che la manodopera sottopagata è anche meno qualificata.

Il governo italiano deve scartare una simile politica, così come deve abbandonare il circolo vizioso dei tassi d’interesse alti che, per difendere la moneta, alimentano lo stesso deficit che si dichiara di voler combattere. Tra il giugno e il settembre scorso, i tassi sono aumentati paurosamente, da circa l’11% al 20% prima che la lira abbandonasse lo SME. Tuttora la Banca d’Italia mantiene il tasso d’interesse al 13%. Tenuto conto che ogni punto di aumento degli interessi si traduce in 15.000 miliardi in più sul debito dello stato a breve termine, il governo italiano è stato messo alle corde dagli speculatori angloamericani (e dai loro complici italiani) aumentando la pressione per privatizzare a prezzi di svendita.

Andando avanti su questa strada, l’Italia commetterà un suicidio economico. La sola via d’uscita è l’adozione di una politica creditizia nazionale del tipo che ai tempi di Enrico Mattei si sarebbe considerata ovvia. Occorre ripristinare il controllo sui cambi, congelare una parte del debito con una moratoria di 10-15 anni (salvaguardando naturalmente gli interessi dei piccoli risparmiatori), parallelamente all’avvio di una aggressiva politica di investimenti, favorita da crediti agevolati, nelle infrastrutture moderne, in concerto con i partner europei. Per far ciò, occorre che lo stato si riappropri della piena sovranità monetaria, il che significa che per finanziare gli investimenti esso non debba bussare alla porta della Banca d’Italia, la quale ha finora, incostituzionalmente, battuto moneta a nome dello stato per poi rivendergliela a tassi “di mercato”, cioè da usura. I motivi che hanno portato al “divorzio” tra il Tesoro e la Banca d’Italia, e cioè l’improduttivo finanziamento del debito, esistono, ma combattere il malgoverno non significa eliminare il governo. Perciò occorre porre fine al “divorzio” tra Bankitalia e Tesoro.

Una efficace repressione dell’attività di riciclaggio del denaro da parte della mafia, compreso quello investito nei BOT, accompagnata da un astuto cambio della moneta (la famosa “lira pesante”), darebbe alle istituzioni dello stato una posizione di forza e la credibilità e la fiducia popolare. L’alternativa è il caos e la guerra civile.

Giu 10, 2012 - Senza categoria    No Comments

Genialita’

la genialità é consistita nell’invenzione del suffragio universale che ha permesso di allontanare la responsabilitá dai detentori del potere (di ogni natura) e caricarla sulle spalle dei sempliciotti che eleggendo persone che non potranno mai conoscere (e che si autocandidano) credono di esercitarlo: geniale!

Ed a cosa poteva essere utile una tale genialata oltre a mantenere al potere coloro che gia’ vi erano? recentemente e’ servita a permettere di diffondere una idea cosi’ bislacca e strampalata che poteva pero’ avere presa su un moltitudine di ammalati di invidia. Un’idea che avrebbe sostituito le armi, le guerre e le religioni permettendo di disporre delle persone come di cagnolini al guinzaglio o secondo un esempio piu’ conosciuto, come somari attratti dalla carota che non si rendono conto di trainare il carretto: PIU’ SPENDI e PIU’ GUADAGNI. Ecco l’idea che ha cambiato il mondo, che ha reso disponibili lavoratori a spendere ore di lavoro per avere un qualsiasi aggeggio elettronico con il quale sollazzarsi ed imitare gli indiani pellerossa che in cambio di perline colorate scambiavano oro e gioielli.

Fior di economisti, di professori e di universita’ si sono prodigati (tutti ben orchestrati) nel promuovere un concetto che non funziona nemmeno in una piccola societa’  o nella famiglia: quale famiglia diventerebbe piu’ ricca spendendo sempre di piu’? Quale societa’ continuando ad indebitarsi diventerebbe sempre piu’ ricca e sopratutto….. FINO A QUANDO?




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