Cronaca di una catastrofe annunciata

Secondo il New York Times, l’Italia è diventata il simbolo internazionale di ciò che un Paese non deve fare per fronteggiare l’emergenza Coronavirus: “L’esperienza del Paese mostra che i passaggi per isolare il Coronavirus e limitare i movimenti delle persone devono essere attivati in anticipo, con assoluta chiarezza, quindi rigorosamente applicati”.

Mentre fabbriche cinesi che lavorano 24h per costruire ventilatori per l’Italia, mentre la Germania chiude il confine con gli europei (ma i migranti sono ancora ammessi), l’oro si sta vendendo come carta igienica

la domanda che si pone l’avvocato penalista Guido Magnisi è una sola: “Perché non si è dato il massimo risalto ad uno stato di emergenza che sin dal 31 gennaio non solo era previsto, e riconosciuto a livello internazionale, ma era già stato dichiarato? E per una durata di sei mesi? Non so se solo il sonno della ragione genera mostri: certamente mostri reali sono generati da comandanti incerti, insicuri, titubanti. E non occorreva neppure la dittatura cinese, bastava la legge varata nel nome del Popolo italiano due mesi or sono: questo avrebbe permesso non un affannoso inseguire misure draconiane sempre più dure e drammatiche, ma il graduale ritorno alla normalità partendo dalla base di una già riconosciuta e riconoscibile calamità nazionale e internazionale”.

Orbene in tempi di menzogna universale, il re è nudo, e solo un lattante potrà individuarne gli abiti sontuosi. L’avvocato infatti ricorda come alle pagine 7/8 della Gazzetta Ufficiale dell’1 febbraio 2020, veniva deliberato per ultimo, dopo numerosi decreti afferenti altre problematiche di rilievo opinabile, per ultimo e in tutto il Paese e ‘per sei mesi dalla data del presente provvedimento, lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie derivanti da agenti virali trasmissibili’”.

Forse la delibera avrebbe meritato svariate edizioni straordinarie, tanto più che il provvedimento veniva assunto ‘vista la dichiarazione di emergenza internazionale di salute pubblica per il coronavirus dell’Oms del 30.1.2020′”.

Ma probabilmente l’ingegno dei nostri politici è più offuscato di quello di un lattante, visto che mentre i contagi da coronavirus in Italia raggiungevano i 400 casi e i decessi superavano la decina, il leader del PD Zinga, pubblicava una sua foto mentre brindava durante “un aperitivo a Milano”, esortando i suoi concittadini a “non perdere le proprie abitudini”. Era il 27 febbraio, e nemmeno 10 giorni dopo, quando il numero dei contagi era salito a 5.883 e quello dei morti a 233, sempre Zinga, pubblicava un nuovo video, questa volta informando l’Italia che anche lui era stato contagiato dal virus.

Intanto il sindaco di Firenze Nardella baciava in diretta un cinese, (poi prese il virus), accusando di sciacallaggio la controparte.

Oggi l’Italia presenta un quadro di circa 69.176 contagiati e oltre 6820 decessi, di cui 743 registrati solo lo scorso 24 marzo. Il bel Paese, ora devastato da immagini metafisiche di piazze fantasma, pervase da silenzi assordanti, ha più che doppiato la Cina nel  numero di decessi (al netto dei cellulari spenti), diventando l’epicentro di una pandemia in continua evoluzione.

Finalmente il 22 marzo il premier ha posto la firma sul nuovo decreto, che blinda molte attività produttive, e resterà in vigore fino al 3 aprile (ma probabilmente non basterà). La speranza è che in questo arco di tempo il numero dei contagi giornalieri inizi a calare, ma intanto è vietato abbassare la guardia. Anche perché abbassare la guardia sul Covid19 si è rivelata una sciagura.

In un discorso notturno sul suo profilo FB, Giuseppi ha fatto sapere alla nazione, che l’Italia avrebbe chiuso tutte le sue fabbriche e attività produttive che non fossero  assolutamente necessarie, un altro enorme sacrificio per l’economia italiana nel tentativo di contenere il virus: “Lo Stato c’è”, ha detto, cercando di rassicurare i cittadini.

La tragedia che l’Italia sta vivendo dovrebbe rappresentare un monito per gli altri Paesi europei e per gli Stati Uniti, dove il virus sta arrivando con la stessa velocità. Se però l’esperienza italiana ha qualcosa da insegnare è che le misure per isolare le aree colpite e per limitare gli spostamenti della popolazione dovrebbero essere adottate immediatamente, messe in atto con assoluta chiarezza e fatte rispettare rigorosamente.

Nonostante finalmente ora siano state attuate alcune delle misure più necessarie, all’inizio del contagio, quello che sarebbe stato il momento chiave per i primi interventi, le autorità italiane annaspavano tra queste stesse misure, cercando di salvaguardare per quello che era possibile l’economia del Paese, ma soprattutto il potere acquisito.

Nel tentativi di far coincidere capra e cavoli però l’Italia si è sempre trovata un passo indietro rispetto alla traiettoria letale del virus. Ma governare è un diritto e un dovere, governare “bene” invece appare sempre di più un optional.

“Ora gli stiamo correndo dietro”, ha affermato lunedì scorso Sandra Zampa, sottosegretaria alla Salute, mentre dichiarava che il governo si era adoperato al meglio compatibilmente con le informazioni disponibili. Come se non vivessimo nell’era del villaggio globale (??!!) “Stiamo chiudendo mano a mano, come sta facendo l’Europa. Così stanno facendo la Francia, la Spagna, la Germania, gli Stati Uniti. E ogni giorno chiudi un pezzo, rinunci a un pezzo di vita normale. Perché il virus non permette una vita normale”.

La vera assente invece è stata l’Europa, e il ministro Speranza non ha mai preso sotto gamba la cosa“, ha aggiunto.

Non prendeteci in giro, gli ospedali sono sempre più sotto pressione, il personale medico e infermieristico è costretto agli straordinari nel nord Italia, e la carenza di presidi di protezione individuale sta diventando grave in molte strutture.

Vero che questo è un mare inesplorato per una democrazia occidentale, e i governi d’oltralpe rischiano di seguire la stessa via al massacro dell’Italia, ma l’imbecillità degli altri non giustifica la nostra, visto che avevamo davanti agli occhi la tragica situazione cinese e coreana.

Infatti fin dall’origine Giuseppi e gli altri oligarchi di regime hanno cercato di minimizzare la minaccia, creando confusione e un falso senso di sicurezza che ha permesso al virus di diffondersi.

In una conferenza stampa del 25 febbraio il premier rassicurava i cittadini e gli altri paesi: “In Italia si può  viaggiare tranquillamente e fare del turismo. E’ un Paese sicuro, molto più sicuro di altri.”


Un affollato wine bar a Milano alla fine di febbraio. Andrea Mantovani per The New York Times

Degni epigoni di Don Ferrante, eroe dell’erudizione inutile e della logica farlocca, che negava le cause scientifiche della peste, mentre la attribuiva all’influsso degli astri. “His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.”… molti politici affermavano che l’elevato numero di contagi in Italia fosse attribuibile alle massicce campagne di test fatte sugli  asintomatici nel nord, sostenendo che questi servissero solo a generare isteria e a macchiare l’immagine del Paese all’estero.

Mentre il prof Massimo Galli diceva: “Sì ai test per gli  asintomatici, la Lombardia faccia come Vo’ Euganeo. Nel Comune ora ci sono zero contagi.”

Ed anche dopo aver deciso di ricorrere a un blocco generale per sconfiggere il virus, il governo italiano non riusciva però nell’arduo e sottovalutato intento di comunicare l’entità della minaccia, con una forza sufficiente per convincere gli italiani a rispettare le norme, formulate in modo da lasciare grande spazio ai fraintendimenti. Anzi si prodigava con caparbietà a scaricato la colpa sugli italiani, definiti a reti unificate “irresponsabili, irragionevoli, incoscienti, sconsiderati, immaturi…”

“In una democrazia liberale non è facile”, affermava Walter Ricciardi il Vaccinator, inviato direttamente dall’OMS per commissariare in modo fallimentare la Sanità italiana, sostenendo che il governo italiano aveva agito sulla base delle prove scientifiche messe a disposizione, ma insistendo con piglio divenuto ormai tragicomico, che le mascherine non sarebbero servite a nulla.

Poi scaricava la responsabilità di ritardi e inefficienze sui conflitti tra stato e regioni “In tempi di guerra, come un’epidemia, l’imposizione di misure restrittive andavano fatte 10 giorni prima”. Peccato che per il Coronavirus, 10 giorni possano rappresentare la differenza tra la vita e la morte.

Le meravigliose sorti e progressive dell’OMS, l’Organo che seguiva sin dall’inizio la vicenda, e aveva preso atto della diffusione della malattia fuori dalla Cina a partire dall’11 e 12 febbraio scorsi. Anzi aveva anche organizzato a Ginevra un forum mondiale ricerche e innovazioni relative alla nuova epidemia.

Dispiace però che in tutti i suoi messaggi l’OMS abbia sempre sottolineato:
– il flebile impatto demografico dell’epidemia;
– l’inutilità della chiusura delle frontiere;
– l’inefficacia di guanti, mascherine (eccetto che per il personale sanitario), nonché di alcune “misure barriera” (per esempio, se tenersi a un metro di distanza dalle persone infette ha senso, non ce l’ha nel caso di persone sane);
– la necessità di alzare il livello d’igiene, soprattutto lavandosi le mani, disinfettando l’acqua e aerando gli spazi chiusi; infine, di utilizzare fazzoletti usa e getta o, in mancanza, di starnutire nell’incavo del gomito.

A dimostrazione che l’OMS non è un’organizzazione sanitaria, bensì un’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di problemi relativi alla salute. I suoi funzionari, benché medici, sono anche, e innanzitutto, politici. L’OMS non può quindi denunciare gli abusi compiuti da alcuni Stati. Per di più, sin dai tempi dell’epidemia H1N1, l’OMS deve giustificare pubblicamente le proprie raccomandazioni. Nel 2009 fu infatti accusata di essere coinvolta negli interessi di grandi aziende farmaceutiche e di aver lanciato l’allarme frettolosamente e in modo sproporzionato. Nel caso del COVID-19, invece, l’OMS ha usato il termine “pandemia” come ultima carta e soltanto il 12 marzo, dopo quattro mesi dall’inizio dell’epidemia.

Il 21 gennaio poi, quando l’epidemia in Cina era al culmine dell’incendio, il Ministro della Cultura e del Turismo italiano aveva ospitato una delegazione cinese per un concerto all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia per inaugurare l’Anno della cultura e del turismo Italia-Cina.

“C’è una grandissima attenzione verso l’Italia su tutti i campi – sottolineava il ministro Franceschini – c’è voglia di fare insieme moltissime cose: dalla musica a co-produzioni cinematografiche, a scambi tra musei e di mostre, e lavorare insieme sul turismo, che è crescente sia in Italia che in Cina.”

Ribatteva dal canto suo il ministro Shugang – “Esiste già un linguaggio comune tra i nostri Paesi, che affonda le sue radici nel passato: oggi la Via della Seta è rinata e sancisce un nuovo e più forte collegamento tra Italia e Cina, c’è uno spirito più aperto per approfondire i nostri scambi, verso un partenariato più stretto. Mi auguro un Anno della cultura e del turismo Italia-Cina di grande soddisfazione e capace di incentivare i nostri rapporti bilaterali, anche di partnership tra i nostri cittadini”. Purtroppo sarà un anno decisamente diverso.

Eppure già a gennaio, alcuni governatori di destra avevano consigliato il Premier a mettere in quarantena gli alunni delle regioni settentrionali di ritorno dalle vacanze in Cina, una misura finalizzata a proteggere le scuole.

Ma Giuseppi respingeva le proposte con sufficienza, unendosi al coro unanime di sinistra che tacciava certe proposte di allarmismo di matrice populista: “Fidatevi di chi ha specifica competenza”.

Vero che il 30 gennaio bloccava tutti i voli “da e verso la Cina” – mentre affermava – “Siamo il primo Paese che adotta una misura cautelativa di questo genere” – dimenticandosi però di imporre controlli sui voli indiretti.

Veniva accusato poi un fantomatico “paziente uno”, che il 18 febbraio si era rivolto al PS di Codogno, con gravi sintomi influenzali, e che avrebbe contagiato centinaia di persone, tra cui medici e infermieri – “Una persona incredibilmente attiva” – lo aveva definito Ricciardi.

In realtà il virus era già attivo da settimane in Italia, trasmesso da persone asintomatiche e spesso scambiato per un’influenza stagionale. Si era diffuso in Lombardia, la regione italiana con le più forti relazioni commerciali con la Cina.

“Quello che chiamiamo il “Paziente Uno” era probabilmente il “Paziente 200”, ha affermato l’epidemiologo Fabrizio Pregliasco.

Domenica 23 febbraio, il numero dei contagiati aveva superato quota 130 e l’Italia chiudeva 11 città con posti di blocco di polizia ed esercito. Gli ultimi giorni del Carnevale di Venezia venivano annullati. La Regione Lombardia chiudeva scuole, musei e cinema e i milanesi prendevano d’assalto i supermercati.

Ma mentre Conte elogiava nuovamente l’Italia per la sua fermezza, aveva più volte cercato di minimizzare il contagio, attribuendo l’elevato numero di persone infette ai test troppo zelanti della Lombardia.

“Siamo sempre stati in prima linea con i controlli più rigorosi e più accurati” – diceva in televisione – “Sorpreso dall’aumento dei contagi. Ma forse è dovuto ai controlli più accurati che facciamo.”

Il giorno successivo, quando i contagi superarono quota 200, i decessi erano già sette e la borsa italiana crollava, il premier incolpava l’ospedale di Codogno per la diffusione, affermando che aveva gestito le cose in un modo “poco prudente” e accusava Lombardia e Veneto di aver gonfiato il problema divergendo dalle linee guida internazionali e sottoponendo a test anche persone asintomatiche.

Mentre i funzionari lombardi si affrettavano a liberare i letti degli ospedali e il numero di persone contagiate saliva a 309 con 11 decessi, il 25 febbraio Conte dichiarava che “l’Italia è un Paese sicuro, e forse molto più sicuro di tanti altri”.

E il 27 febbraio, mentre Zinga pubblicava la foto dell’aperitivo, il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio affermava – “Siamo passati in Italia da un rischio epidemia a un’infodemia” – mentre denigrava la copertura mediatica che aveva messo in evidenza la minaccia del contagio, dato che solo lo 0,1% dei Comuni era coinvolto, mentre le persone in quarantena erano lo 0,089% della popolazione totale.

A Milano, a pochi chilometri dal centro dell’epidemia, il sindaco Beppe Sala pubblicizzava la campagna “Milano non si ferma” e il Duomo, simbolo della città e attrazione turistica, veniva riaperto al pubblico.

Intanto le unità di terapia intensiva di tutta la Lombardia vedevano aumentare a dismisura le degenze, mettendo a rischio la tenuta degli ospedali stessi.

Poi finalmente in una conferenza stampa a sorpresa alle ore 2:00 del mattino dell’8 marzo, quando 7.375 persone erano già risultate positive al test e 366 erano decedute, Conte annunciava la straordinaria e repentina decisione di limitare gli spostamenti per circa un quarto della popolazione italiana nelle regioni settentrionali, locomotiva economica del paese: “Siamo di fronte a un’emergenza nazionale”. All right !!

Ma una bozza del decreto, rivelata in anticipo ai media, provocava una pericolosa ondata di contagio verso il sud.  Il giorno seguente, la maggior parte degli italiani, ancora confusi, non avevano messo a fuoco la gravità della situazione.

Nel frattempo, alcuni governatori regionali ordinavano autonomamente alle persone provenienti dall’area appena chiusa di mettersi in quarantena. Altri invece non lo facevano.

Il giorno dopo, il 9 marzo, quando i casi positivi avevano raggiunto quota 9.172 e il bilancio dei decessi era salito a 463, Conte inaspriva le restrizioni estendendole su scala nazionale. Ma a quel punto, dicono alcuni esperti, era già troppo tardi.

Alla luce dei fatti, soprattutto dell’esperienza cinese e coreana, che tutti potevano verificare, Roma avrebbe dovuto imporre “un isolamento più drastico”, che includesse la chiusura di tutti i negozi, e di tutte le attività tranne quelle relative alle esigenze necessarie di base.

Ora è difficile rimediare alle vite perse, l’unica alternativa per recuperare almeno la dignità e la coscienza, sarebbe quella di seguire i consigli degli esperti che hanno operato con successo, come il virologo Andrea Crisanti, professore di epidemiologia e virologia dell’Azienda Ospedaliera di Padova: “Sì, la battaglia si vince sul territorio non negli ospedali. In Veneto sono stati fatti 53000 tamponi per 4000 casi. Un tampone ogni 10 casi. In Lombardia dove i casi non è vero che sono 25.000 ma sono molti di più è stato fatto un tampone ogni 4 malati. C’è una differenza di 40 volte. Sono stati travolti. Credo dovrebbero essere stati fatti i blocchi dove c’erano i focolai, dovevano essere testati tutti per fermare l’epidemia. Sono 3 settimane che lo stiamo dicendo. Piccoli casi come Vo’ Euganeo si sarebbero potuti affrontare in tutta Italia. Si sarebbero potuti spegnere tutti i focolai subito. Certo, per esempio in un quartiere a Roma ci sono 10 casi? Si blocca tutto, si fa sì che nessuno si muova e si inizia a testare dentro e tutto attorno ai focolai. Le epidemie si controllano con la quarantena e con la sorveglianza attiva. Noi finora quasi ovunque, non abbiamo fatto nessuna delle due fino in fondo. Un tampone costa 30 euro.”

tratto da ROSANNA SPADINI su CDC

Cronaca di una catastrofe annunciataultima modifica: 2020-03-27T11:16:16+01:00da fab_kl
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