Supervisione giudiziale

L'Italia è quel paese

Dalla fine della prima Repubblica, avvenuta grazie ai giudici di mani pulite durante la presidenza dell’ex giudice Scalfaro, l’Italia ed il governo italiano non sono piu’ supervisionati dal vaticano che, fino a Paolo VI, ha sempre determinato le linee guida del paese cosi come i politici di governo ecc. Con la nomina di Woytila a pontefice, il vaticano si e’ dovuto occupare di problematiche piu’ ampie come quella di far crollare l’unione sovietica attraverso la Polonia e Solidarnosc. Nel momento in cui il Vaticano ha avuto altre priorita’, la competenza sulla “supervisione” e’ passata alla magistratura e da quel momento sono stati i giudici che hanno deciso chi lasciar governare e chi no ed ancora oggi siedono con Mattarella sulla sedia piu’ alta della Repubblica Italiana.

Con l’avvio della seconda repubblica, quando dalle urne usciva vincitore un presidente del consiglio che non era gradito alla magistratura, si avviava una battaglia mediatico-giudiziaria che oltre a sfiancare e far diminuire i consensi, si concludeva con l’esclusione dalle cariche pubbliche. Ma il ruolo della magistratura nel direzionare il paese non si limita a questo e va anche in profondita’ alle basi della democrazia e del volere popolare.

Ha suscitato un nuovo focolaio di polemiche la recente decisione della consulta di bocciare il referendum proposto da otto consigli Regionali e sostenuto dalla Lega per abrogare la quota proporzionale nel sistema elettorale a vantaggio di un maggioritario puro. Salvini non ha perso l’occasione per gridare allo “scandalo e alla vergogna” definendo la decisione come un “furto di democrazia”. Parole certamente forti e inequivocabili, forse dettate anche dall’avvicinarsi di fondamentali elezioni per il rinnovo del governo in Calabria e soprattutto nella rossa Emilia. Ma al di là delle polemiche di parte occorrerebbe a mente fredda fare una valutazione sul ruolo che i giudici e la magistratura hanno avuto sulla vita politica italiana, da mani pulite in avanti. In questi giorni si è celebrata la ricorrenza del ventennale della scomparsa di Bettino Craxi, uno dei massimi simboli di quella triste stagione politica. Ancora adesso a vent’anni dalla scomparsa di quello che nel bene e nel male è stato uno dei massimi esponenti della politica italiana della prima repubblica, qualcuno non perde occasione per ricordare i trascorsi giudiziari dell’ex presidente del Consiglio, come se la sua parabola politica fosse ristretta unicamente a quanto emerso dall’inchiesta “mani pulite”.
Dal 1992 in poi i tempi della politica, infatti, quasi inesorabilmente sono stati scanditi dalle inchieste e dalla azione della magistratura. L’ascesa e la caduta di Berlusconi sono state in qualche modo accompagnate dalle innumerevoli inchieste giudiziarie a suo carico. Il suo alleati e poi “avversario” Gianfranco Fini e stato spazzato via proprio da una inchiesta giudiziaria sulla controversa questione della casa a Montecarlo. Lo stesso eroe di Mani pulite Antonio di Pietro è stato colpito da diverse inchieste sul poco chiaro utilizzo che il suo partito avrebbe fatto dei fondi pubblici ad esso destinati.
Adesso “obiettivo”delle inchieste sembra essere diventato il nuovo mattatore della politica italiana Matteo Salvini. Ma anche su altre questioni più strettamente politiche, come per esempio quella del fine vita i giudici hanno mostrato di volere quantomeno indirizzare una politica forse un po troppo titubante e poco incisiva. Ora la magistratura sembra giocare un ruolo sempre più ingombrante anche sul delicato argomento della legge elettorale. La questione pare delicata perché se da un lato mostra tutte le inadeguatezze di una politica troppo litigiosa e che non sa dare le risposte che il paese richiede, dall’altro manifesta come la suddivisione dei poteri rischi di essere diventato un confine sempre più labile e sottile. Troppe volte cambi nella composizione di governi locali e nazionali sono stati decisi da inchieste giudiziarie, ancora prima che esse arrivassero alla definitiva sentenza. Se quindi pare esagerato forse definire la ultima decisione della consulta come un “furto di democrazia” sarebbe ora però che si operasse una discussione scevra il più possibile da polemiche di parte sui ruoli che lo Stato di diritto affida ai suoi poteri rappresentativi.
Anche perché occorre aggiungere che anche grazie a questa “commistione” sono spesso scoppiati scandali che hanno coinvolto a vario grado magistrati proprio per il loro poco chiaro legame con apparati dello Stato, come quello recentissimo che ha coinvolto il giudice Palamara e parte del Csm. Il potere politico se troppo mischiato con quello giudiziario, infatti, rischia di creare un corto circuito dei principi dello stato di diritto, che basa proprio sulla separazione dei tre poteri fondamentali esecutivo legislativo e giudiziario. In Italia ormai a dettare le regole del gioco e non solo della politica, sembrano essere più i giudici con le loro inchieste che i rappresentanti del popolo democraticamente eletti.
Questo perché il nostro è forse l’unico paese democratico ad avere una parte della magistratura fortemente politicizzata. In nessun altro paese due ex magistrati infatti, hanno fondato un partito. In nessun altro paese esistono delle “correnti” all’interno della magistratura stessa, come si trattasse di un partito qualsiasi. I magistrati non devono fare politica così come i politici non devono entrare nel merito delle sentenze giudiziarie. Troppi magistrati rincorrono la celebrità con roboanti inchieste che poi spesso si traducono in un nulla di fatto. E troppi politici credono di poter trovare nella magistratura una sponda da utilizzare a fini politici. Di tutto ciò sicuramente è colpevole la politica in primis, che ha mostrato tutti i suoi limiti nello svolgere quella che è la sua funzione legislativa, certa stampa sempre pronta a cavalcare e ad enfatizzare alcune inchieste giudiziarie e anche di certa magistratura, che evidentemente si sente stretta nel suo ruolo giurisdizionale e si arroga il diritto di sostituire la politica nelle sue inefficienze. Ultimo esempio lampante di ciò trova chiara raffigurazione nella inchiesta sui presunti finanziamenti illecito ricevuti dalla fondazione Open, scoppiata con una tempistica quantomeno dubbia proprio all’indomani della uscita di Matteo Renzi dal PD. Detta inchiesta ad oggi risulta essere senza nessun rilievo penale per l’ex presidente del Consiglio, ma è indubbio che il clamore suscitato dalla cosa abbia sicuramente nuociuto a lui e al suo nuovo partito. Con questo chiaramente nessuno si deve sentire immune dalle inchieste e dal lavoro della magistratura, ma è indubbio che questo deve anche riguardare le cautele e le attenzioni che ogni indagine giudiziaria comporta per legge per tutti. “ la legge e uguale per tutti” non deve rimanere una effige appesa sui muri di tutti i tribunali, ma deve essere un sacrosanto diritto, che non sempre trova riscontro nel nostro paese. In questo ambito va compresa anche la tanto discussa legge sulla prescrizione, affinché non rischi di diventare una ulteriore arma in più in mano a chi già utilizza la giustizia per compiti non consoni a quelli dettati dalla costituzione, soprattutto se non si mette mano alla questione non più procrastinabile dei tempi biblici della giustizia italiana.
Per sgomberare il campo da polemiche, dibattiti e tensioni di cui il nostro paese certo non ha bisogno,servirebbe allora una chiara e definitiva presa in carico delle proprie responsabilità che ognuno ha nello svolgimento della propria funzione. La politica faccia le leggi e la giustizia si occupi di farle rispettare. Così funziona nella principali democrazie di tutto il mondo, un po meno ultimamente in Italia.

Supervisione giudizialeultima modifica: 2020-01-19T13:40:19+01:00da fab_kl
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