Il problema è il capitalismo

ARTICOLO DA CONSERVARE disponibile qui



Scritto da Fred Magdoff * | mrzine.monthlyreview.org Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

 


20/09/2014

A. La crisi ambientale

La “crisi ambientale” è in realtà una serie di fenomeni critici, tra i quali i seguenti:
– il cambiamento climatico;
– l’acidificazione degli oceani (relative a elevati livelli di CO2 atmosferica);
– l’inquinamento di aria, acqua, suolo e organismi con sostanze nocive;
– il degrado dei suoli agricoli;
– la distruzione delle zone umide e delle foreste tropicali; la rapida estinzione delle specie.
Queste crisi hanno sempre afflitto più i poveri che i ricchi  e probabilmente continueranno a farlo. Ciò rende ancora più importante la mobilitazione della lotta per la “giustizia” ambientale come parte integrante della lotta per la salute ambientale.

B. Le “Soluzioni” proposte sono basate sia su ipotesi che su cause

C. Cause “suggerite” della crisi

Il famoso cartone animato di Walt Kelly “Pogo” – “Abbiamo incontrato il nemico e lui era noi” – illustra  la maggior parte delle “cause” che sono state suggerite per spiegare le orrende crisi ambientali. Alcune di queste sono riportate qui di seguito.

Il messaggio veicolato del cartone animato quando viene usato nel contesto di un dibattito ambientale (ed ho potuto personalmente assistere ad un utilizzo in tal senso fatto da un educatore professionista) è che ognuno di noi come singolo o tutti gli esseri umani insieme sono responsabili di ciò che affligge l’ambiente e noi stessi.

Vengono così fornite un certo numero di spiegazioni comuni per le crisi ambientali:

– Ci sono troppe persone in tutto il mondo e abbiamo bisogno di abbassare rapidamente la popolazione –

Di solito questo si riflette in una appello per il controllo delle nascite nei paesi poveri del mondo, soprattutto in Africa.
Ma, come recita il titolo di articolo del Guardian di pochi giorni fa, “Non è la sovrappopolazione che provoca il cambiamento climatico, ma è l’eccessivo sovraconsumo.” L’articolo prosegue affermando che “la crescita della popolazione in Africa è spesso legata al rischio ecologico -.  Il vero pericolo risiede ancora nell’infinito appetito dell’occidente per le sue risorse” (1). Se si approfondisce maggiormente tale problematica, si troverà che gli economisti della Banca Mondiale stimano che il dieci per cento più ricco delle persone nel mondo consuma quasi il sessanta per cento delle risorse. Visto sotto questo aspetto, davvero si potrebbe concludere che è un problema di popolazione: ci sono troppe persone ricche che vivono eccessivamente al di sopra dei propri bisogni. Il problema non sono di certo i poveri del mondo che consumano pochissimo e incidono in modo infinitesimale nel consumo delle risorse e sull’inquinamento. Il controllo delle nascite tra i poveri – il cui accesso alla genitorialità dovrebbe invece  essere considerato un diritto umano – non aiuta a risolvere le crisi ambientali.

– E’ solo la natura umana – siamo troppo dannatamente troppo avidi e non ci preoccupiamo del futuro –

Per chi abbraccia questa posizione, non vi è chiaramente nulla che possa essere fatto. Alcuni dicono che gli esseri umani hanno sinora prodotto un'”etica da dominatori ” e che quindi abbiamo bisogno di una nuova etica, la quale può essere creata e, in qualche modo,  deve essere inculcata nella gente, in assenza di un cambiamento del sistema sociale ed economico.

– E’ la nostra filosofia che è il problema – stiamo seguendo una “filosofia di crescita infinita”, o un “paradigma”analogo  ed abbiamo bisogno di una nuova filosofia di “non-crescita” –

Suppongo che prima dovremmo studiarla, la filosofia, e solo in seguito venir fuori a proporne una nuova.

– Le persone non acquistano il giusto tipo di prodotti – se tutti noi acquistassimo prodotti “verdi” potremmo risolvere il problema: cioè un capitalismo “verde”. Questo comprende l’acquisto di automobili più efficienti, vestiti, cibo e gadget per la casa “verdi” –

Quindi continuiamo pure a fare acquisti come prima, basta acquistare prodotti migliori.

Il problema è l’eccessiva attenzione di economisti ed esperti sulla crescita del PIL. Se solo gli economisti concentrassero  la loro attenzione su qualcos’altro. . . come la Felicità Nazionale Lorda. . . allora potremmo imboccare in una direzione migliore –

Il concetto  che la crescita economica di un’economia capitalistica è in qualche modo dovuta al fatto che una serie di persone si concentri sul PIL è convinzione piuttosto strana, per non dire altro.

– La società industriale è il problema – abbiamo bisogno di tornare ad una società pre-industriale –

Ciò richiederà un sacco (miliardi) di persone in meno. Questa è una variante del tema “ci sono troppe persone”, ma questo approccio ha una connotazione diversa rispetto a quelli che credono che vi sia solamente sovrappopolazione.

– La prossima “causa suggerita” non se la prende con i comportamenti della gente, ma inizia a comprendere che forse il funzionamento dell’economia potrebbe essere il problema –

Questo approccio ritiene che le “esternalità” o gli effetti collaterali del capitalismo siano il problema – non il sistema stesso. Questi “sottoprodotti” delle imprese e dell’attività affaristica diventano costi sociali non pagati dalle imprese, i quali ricadono su tutti noi che alla fine siamo obbligati a pagarli.  Coloro che sostengono che tali effetti collaterali sono il problema (invece del sintomo) ritengono che dovremmo usare approcci basati sul mercato, le leggi, e regolamenti per eliminare tali sottoprodotti negativi del sistema. Questi includono a) la campagna per la riforma della finanza (al fine di eliminare il potere del denaro in politica); b) nuovi modelli di attività commerciale; c) la realizzazione di prodotti che siano più durevoli, versatili e facili da riparare, con componenti che possono essere riutilizzati o riciclati; d) la privatizzazione e la commercializzazione o negoziazione di  “servizi ecocompatibili”; e) incentivi per le basse emissioni di anidride carbonica che possano essere venduti e negoziati sui mercati; f) metodi di produzione a bassa emissione di anidride carbonica; g) utilizzare il principio di “precauzione” in tutte le attività economiche, ecc

E ora un comitato “prestigioso” ha scoperto che neutralizzare questi sottoprodotti del sistema in realtà non costerà nulla. Un articolo del New York Times su un rapporto uscito questa ultima settimana è intitolato “Bloccare il cambiamento climatico può non costare nulla”(2). L’articolo continua come segue:

Una commissione globale annuncerà nelle sue conclusioni che un’ambiziosa serie di misure per limitare le emissioni costerebbe 4.000 miliardi dollari o giù di lì nel corso dei prossimi 15 anni, con un incremento di circa il 5 per cento rispetto all’importo che potrebbe probabilmente essere speso in egual misura per nuove centrali, sistemi di trasporto e altre infrastrutture.

Quando i benefici indiretti delle politiche “verdi” – come i costi del carburante più bassi, un minor numero di morti premature dovute all’inquinamento atmosferico e una conseguente riduzione della spesa sanitaria – potranno essere messi a bilancio, i cambiamenti  potrebbero apportare un risparmio di denaro, secondo ciò che ha scoperto il gruppo di studio, la Commissione Globale sull’Economia e il Clima.

Lo stesso rapporto, “una crescita migliore, un ambiente migliore”, contiene una litania di cose che devono essere fatte per affrontare gli “effetti collaterali”. E alcuni di questi in realtà paiono avere un senso… ma solo uno. Per esempio uno dei suggerimenti proposti nel loro Piano d’azione globale in dieci punti  (il nr. 7) è il seguente: “rendere le città collegate e agglomerate è la forma di sviluppo urbano da preferire, favorendo così una crescita urbana meglio gestita e dando priorità agli investimenti in materia di efficienti e sicuri sistemi di trasporto di massa. “(3). Ebbene, perchè allora andare a discutere  con quei costruttori che vogliono la libertà assoluta di costruire ciò che vogliono e dove vogliono? Il contenuto del rapporto, compreso il piano d’azione globale, presuppongono che il sistema capitalista è razionale e le cose che accadono in tanto accadono perchè vi è  una ragione.
Questa tesi presenta però un piccolo problema: il sistema economico capitalista non è razionale e ciò che accade in generale, in assenza di massicce battaglie popolari, è in conformità con i desideri delle forze economiche più ricche e più potenti.

Dobbiamo, naturalmente, non essere sorpresi che un comitato contenente luminari come l’ex presidente del Messico (Felipe Calderón, presidente), il presidente della Bank of America (Chad Holliday), il Presidente e Amministratore delegato di Bloomberg LP (Dan Doctoroff ), e l’Amministratore Delegato e Direttore Generale della Banca Mondiale (Sri Mulyani Indrawati) possa far emergere una relazione basata sul presupposto errato che il sistema economico / politico capitalista è razionale.

D. Che cosa c’è di diverso oggi rispetto al danno ambientale causato dagli umani nelle epoche prima del capitalismo?

Ci sono più persone e ci sono distribuite su gran parte delle terre facilmente abitabili;

Una più rapida distruzione si verifica nella maggior parte dei luoghi di intensa attività economica, estrazione, lavorazione o produzione di materie prime;

L’uso di attrezzature e tecniche moderne provoca danni più rapidamente e su aree diffuse (si pensi allo sfruttamento delle sabbie bituminose od allo  spianamento delle montagne, per esempio);

Il capitalismo è un sistema economico che non ha limiti e non rispetta alcun confine.  Per quanto riguarda le grandi compagnie, non c’è alcuna cosa al mondo che le interessi di più di una  crescita accettabile e di sufficienti profitti

E. Cosa c’è nel capitalismo che rende un tale sistema distruttivo da un punto di vista sociale e ambientale?

Il tallone d’Achille ecologico del capitalismo non si trova nei cosiddetti “effetti collaterali”, di per sè dannosi, ma piuttosto nella logica intestina o nelle leggi interne del sistema, nel funzionamento del suo stesso DNA.

C’è molta confusione su capitalismo, interazione del sistema capitalista con i mercati (i quali sono esistiti molto prima del capitalismo) e il cosiddetto (e inesistente) “libero mercato”. Ci sono coloro che credono – contro ogni evidenza – che il capitalismo sia uguale alla democrazia.

Ma per comprendere le basi del sistema abbiamo bisogno di guardare più in profondità.

Il funzionamento interno del capitalismo necessita della crescita come carburante: il sistema è “sano” unicamente quando sta crescendo rapidamente, e nei periodi senza crescita, o con crescita molto lenta, il sistema è in crisi con molte persone che ne soffrono gli effetti. D’altra parte, una crescita lenta è meno dannosa per l’ambiente.

Questa esigenza di crescere, data dallo sforzo dei capitalisti volto ad accumulare profitti e dalla loro spinta a realizzarli, viola quello che l’economista ecologico Herman Daly ha chiamato il “teorema”:  la crescita infinita su un pianeta finito non è possibile. Vi troverete infine ad esaurire le risorse !!! Questo era in buona parte il messaggio che ha animato l’opera “I limiti dello sviluppo” (Donella H. Meadows, et al.). Le previsioni elaborate in questo libro hanno descritto in anticipo con notevole approssimazione quanto è realmente accaduto.

La parte dinamica del capitalismo – ciò che lo caratterizza come capitalismo – è meglio descritto dal ciclo M-D-M ‘, in cui il denaro (capitale, D, n.d.t.) viene utilizzato per costruire una fabbrica, per l’acquisto di forniture e macchinari, per assumere lavoratori, il tutto per produrre una merce che viene poi venduta ad un valore maggiore dei suoi costi di produzione. (Lo stesso avviene per la fornitura di servizi.)

Il sistema si fonda su un giro di profitti, senza fine. Si basa su una piccola porzione della popolazione che possiede i mezzi di produzione e sulla grande maggioranza che deve lavorare per altri al fine di mantenersi in vita. In un tale sistema di accumulazione la cosa più importante è produrre sufficienti profitti. Oppure abbastanza apparecchi tecnologici, od altri beni e servizi che possono essere venduti. Il capitalista utilizza una parte dei profitti per la vita di lusso, ma investe il resto negli stessi od in altri affari. M-D-M’ porta a M’-D-M”, M”-D-M”’, e così via.

Le aziende e le compagnie competono poi  con altre che offrono gli stessi beni e servizi  od altri molto simili. Per sopravvivere in un ambiente competitivo le compagnie devono accrescere la loro quota di mercato. C’era un articolo dello scorso anno nel supplemento domenicale del New York Times sull’industria del cibo spazzatura il quale conteneva una descrizione delle imprese del settore come quelle che “combattono l’una contro l’altra per quella che loro chiamano ‘la quota di stomaco’ – la quantità di spazio digerente della popolazione che un prodotto  può guadagnarsi dalla concorrenza. “(4).

La concorrenza può anche portare al semplice acquisto dei concorrenti.

Ma in entrambi i casi, c’è stata una crescente concentrazione dell’attività economica nelle mani di poche imprese sempre più grandi. Le entrate delle prime cinquecento società globali è ora pari al  35-40 per cento del reddito mondiale. Anche se siamo nella fase del capitalismo conosciuto come capitalismo monopolistico, le grandi imprese rimangono in concorrenza tra loro, sebbene solitamente non attraverso importanti riduzioni dei prezzi.

Sei compagnie – Syngenta, Bayer, BASF, Dow, Monsanto e DuPont – controllano il 59,8% del commercio globale di sementi e il 76,1% di quello dei prodotti agrochimici. Le stesse sei imprese coprono almeno il 76% della quota privata di distribuzione e vendita in questi due settori.

In questo modo – il capitalismo contiene due forze in grado di favorire la crescita:

NOTA: Gli esseri umani esprimono tutta una serie di caratteristiche, dall’essere  molto altruisti al comportarsi come violenti. Per vivere e prosperare nel capitalismo, certi comportamenti sono utili e incentivati – l’individualismo, la competizione, l’avidità, l’egoismo, lo sfruttamento degli altri, il consumismo – mentre viene disincentivata la piena espressione di quelle caratteristiche umane necessarie per una società armoniosa (cooperazione, condivisione, empatia e altruismo). Il titolo di un articolo dei prestigiosi Proceedings of National Academy of Sciences riassumeva cosi: “Nelle classi sociali più alte si prevede un aumento dell’immoralità” Il furbo Gordon Gecko ha detto nel film Wall Street: “L’avidità è buona.” Questo è corretto – l’avidità non è solo una buona cosa da avere in una società capitalista, ma è quasi indispensabile possedere una grande dose di essa, se sei un capitalista. L’avidità è premiata ed aiuta a a spremere profitti ed a competere con le altre aziende. E ora, si scopre – non con nostra completa sorpresa – che i ricchi sono avidi e che “gli individui di classe superiore [sono] più inclini a comportamenti non etici,  alla violazione dei regolamenti commerciali ed a mentire per appropriarsi dei beni pubblici” (5).

La ricerca dell’accumulo di sempre maggior ricchezza (capitale), con la maggior parte dei profitti utilizzati per fare altri profitti – questa è la forza motrice del sistema. Gli investimenti sono realizzati allo scopo di realizzare più soldi – non di provvedere alla produzione di beni e servizi per la soddisfazione delle necessità umane. (Lo scopo del sistema commerciale in agricoltura è quello di produrre profitti. Il cibo è un sottoprodotto.)

Nella maggior parte dei casi la concorrenza con altre imprese richiede lo sforzo di aumentare la propria quota di mercato – ciò di solito viene attuato con l’aumento delle vendite attraverso quelli che Schumpeter chiamava “gli strumenti psicotecnici della pubblicità”. Circa il 10 per cento dell’economia degli Stati Uniti è dedicata a convincere le persone ad acquistare più beni – lo stimolo alle vendite”. Gran parte della concorrenza viene attuata attraverso l'”obsolescenza programmata” – le nuove mode, i nuovi modelli di auto, i nuovi rasoi con 5 e più lame, i nuovi modelli di computer fanno tutti parte di questa incentivazione delle vendite.

Philip Kotler, il guru commerciale di Marketing Management (giunto alla sua 14° edizione), ha commentato:

Se non ci sono più necessità – e con questo intendo, tutto quello che pensiamo di vendere a qualcuno che lo voglia comprare – allora dobbiamo inventare nuovi bisogni. . . . Ora, io so che questo atteggiamento viene criticato. La gente dice: ‘Perché ci state facendo questo? Perché non ci lasciate in pace? ‘ Ma questo è il  capitalismo, un sistema in cui abbiamo imparato a motivare le persone a volere le cose in modo che esse si metteranno a lavorare per acquistare queste cose. Se non ci sono altre cose che possono volere, essi non lavoreranno duro: vorranno 35 ore a settimana, 30 ore a settimana e così via. . . . Sì, il marketing fa da guida ai nuovi bisogni.” (6).

Ciò che Kotler non afferma direttamente è che il “problema” non sta in realtà nel fatto che la gente dovrebbe lavorare meno ore e avere tutto il tempo in più per il tempo libero, ma che, se questo facessero, finirebbero per acquistare meno beni  e la società ne avrebbe un danno perchè il suo sistema economico, il quale è basato sulla necessità di vendere sempre più beni per accumulare profitti, potrebbe vacillare.

OK – così la crescita è integrata nel sistema. Ma il sistema non sempre cresce – o non cresce a sufficienza. Cosa succede quando ci sono periodi di crescita lenta o assente? La disoccupazione diventa sempre di più un problema. La disoccupazione è sempre presente nelle economie capitaliste – con pochissime e brevi eccezioni – il problema però peggiora quando l’economia rallenta. Una crescita del PIL del due per cento, o, meglio, è necessario almeno un aumento del tre o quattro per cento per spingere i livelli di disoccupazione verso il basso. La popolazione in età lavorativa è ancora in crescita e ulteriori posti di lavoro sono necessari per i nuovi ingressi netti nel mercato del lavoro. Inoltre, uno degli obiettivi principali dei capitalisti è quello di aumentare l’efficienza – fare di più con meno (lavoro) è la parola d’ordine del sistema – e di introdurre pratiche, macchine (robot al giorno d’oggi), e software per ridurre il numero di lavoratori necessari per un determinato livello di produzione. Così nuovi posti di lavoro devono essere creati per assorbire coloro che hanno sofferto licenziamenti a causa della maggiore efficienza.

La crescita del due per cento l’anno – pur percepita ancora come non del tutto adeguata a mantenere una economia “sana” negli Stati Uniti con una forte occupazione – significa un raddoppio del PIL in 35 anni. Se l’economia cresce a un tasso “sano” del tre per cento, l’economia potrebbe raddoppiare in 23 anni. Anche se un raddoppio del PIL non significa un raddoppio dell’uso delle risorse e dell’inquinamento, non c’è dubbio che ciò causerebbe un aumento significativo del danno ambientale.

Ne consegue che nessuna crescita o “decrescita”, per preservare l’ambiente è possibile in un’economia capitalistica. Oltre ad eliminare la capacità dei capitalisti di fare sempre maggiori profitti – il che è tutta la forza motrice e l’obiettivo del sistema – il governo avrebbe bisogno di diventare il datore di lavoro di ultima istanza, dal momento che non vengono creati nuovi posti di lavoro, mentre la spinta ad una maggiore efficienza del lavoro continua ad eliminarne.

Ci sono cose che a volte si possono fare all’interno del sistema attuale per alleviare il degrado ambientale – quasi sempre attraverso regolamenti governativi. Ad esempio, i fiumi negli Stati Uniti sono più puliti di quanto non fossero prima del Clean Water Act. Le precipitazioni nel nord-est sono meno acide e trasportano meno solfato che negli anni 1970 e ’80. L’erosione del suolo negli Stati Uniti è meno problematica di una volta, a causa di una serie di programmi di conservazione. Queste sono state le risposte della normazione governativa per correggere i problemi locali o regionali gravi. Ma essi sono stati relativamente facili da risolvere perchè lasciavano in sostanza funzionare gli affari commerciali come al solito (non che alle imprese piacciano questi cambiamenti – infatti cercano di combattere o sabotare i regolamenti).

Le aziende sono anche sempre indaffarate nel cercare di mostrarsi ecocompatibili. All’inizio di questa settimana Dunkin Donuts e Krispy Kreme hanno annunciato che useranno solo olio “amico della foresta pluviale” per friggere le ciambelle. Si impegnano a non comprare l’olio prodotto da piantagioni create abbattendo porzioni di foresta pluviale. Ma anche se questa pratica viene adeguatamente e lealmente rispettata (non tutti i proclami di ecocompatibilità sono accurati e precisi), tali dichiarazioni sono principalmente utilizzati come strategie di marketing per vendere più del loro prodotti che utilizzano olio amico della foresta pluviale, dedicandosi ancora alla crescita.

Gli interessi economici sono oggi potenti come non lo sono mai stati – politicamente ed economicamente. Ciò significa che limitare a questo punto il loro potere in modo significativo è impensabile se non con un diverso tipo di società. Se tutte le forze  (e le stelle?) sono sempre messi in campo per rendere possibile la creazione di leggi e regolamenti che potrebbero in qualche modo eliminare gli effetti collaterali sull’ambiente (lasciando da parte gli effetti collaterali sociali causati dal sistema), perché non allinearli per cambiare il sistema del tutto? Come l’economista Joan Robinson, una volta ha spiegato, “Ogni governo che abbia sia il potere e la volontà di porre rimedio ai gravi difetti del sistema capitalistico avrebbe la volontà e il potere di abolirlo del tutto.”

Quando si considera l’ambiente, il fumetto Pogo di Walt Kelly dovrebbe essere reintitolato “Abbiamo incontrato il nemico ed è il capitalismo.”

F. La sostituzione del capitalismo con un’altro sistema politico/economico/sociale non garantisce una società in armonia con l’ambiente – La gente deve continuare ad operare in favore dell’ambiente.

Tale sistema dovrà essere diverso dal nostro attuale sistema economico / politico in quasi ogni caratteristica. Per coloro che desiderano una discussione più dettagliata delle caratteristiche e delle procedure proposte per un sistema economico /politico ecologicamente compatibile e socialmente migliore, potrebbe trovare interessante il mio articolo nel numero di settembre della “Monthly Review”:  “Un’economia socialmente equa ed ecologicamente compatibile. “(7)

Questo richiederà una pianificazione economica – non una pianificazione centralizzata (dall’alto verso il basso), ma piuttosto una pianificazione prossima alle comunità regionali e a  livelli multiregionali. Un’economia che ha una finalità sociale può riservare notevoli utilità di gestione. La pianificazione per le esigenze a breve termine e lungo termine inizia a livello comunitario – come per gli oltre trentamila Consigli Comunali del Venezuela – si intreccia e si coordina con le altre comunità in un piano regionale. Una volta che si antepone uno scopo sociale ad un’economia – al contrario di individui che prendono decisioni mirate quasi esclusivamente all’ottenimento di possibili grandi profitti – non c’è modo di operare razionalmente senza pianificazione. In assenza di un sistema di pianificazione per la produzione e distribuzione come possiamo garantire che tutte le persone abbiano un alloggio adeguato, acqua potabile, servizi igienici, servizi sanitari, abbigliamento e cibo a sufficienza?

Tale sistema economico e politico deve essere sottoposto ad un controllo sociale significativo, in cui le comunità, le regioni e le aree multi-regionali si sforzano per:
– dirigere e regolamentare politica ed economia con processi democratici significativi;
– produrre beni e servizi al fine di soddisfare i bisogni umani fondamentali di tutte le persone;
– raggiungere l’autosufficienza a livello regionale o di comunità o per le indispensabili esigenze di vita (anche se la completa autosufficienza non è necessaria o desiderabile);
– promuovere l’autogoverno dei lavoratori nei luoghi di lavoro e il coinvolgimento della comunità circostante in tutte le questioni di lavoro che la possono riguardare;
– promuovere l’uguaglianza economica in cui tutte le persone vedono i loro bisogni umani fondamentali – ma non di più – soddisfatti. (NOTA: ciò significa meno di quello che è stato definito come l’aver bisogno di più di quattro pianeti per permettere a tutti il livello di vita dello “standard occidentale della classe media”.);
– promuovere l’applicazione di metodi ecologici di produzione, di vita e di trasporto.

G. Come arrivarci

Sarà una lunga strada da percorrere, per mezzo di una grande lotta di massa, quella che mira a sostituire il capitalismo con una società socialista – sotto il controllo della collettività. Una delle migliori cose che la gente può fare ora è quello di unire le lotte per la sanità ambientale e la giustizia sociale – le due cose sono naturalmente unite e devono marciare insieme. Ma per unirsi in questa lotta comune è fondamentale non solo partecipare a eventi come la marcia per il clima di domani. Dobbiamo iniziare a parlare con le altre realtà in lotta forse sotto forma di gruppi di studio. In questo modo siamo in grado di espandere il numero di persone che possano arrivare a capire che il capitalismo è veramente il problema e deve essere sostituito da una società ecologicamente e socialmente giusta.

Note:

1) Fred Pearce, “It’s Not Overpopulation That Causes Climate Change, It’s Overconsumption,” Guardian (September 19, 2014).

2) Justin Gillis, “Fixing Climate Change May Add No Costs, Report Says,” New York Times (September 16, 2014).

3) The Global Commission on the Economy and Climate, Better Growth, Better Climate: The New Economy Report, The Synthesis Report (September 2014).  This can be accessed at static.newclimateeconomy.report/TheNewClimateEconomyReport.pdf.

4) Michael Moss, “The Extraordinary Science of Addictive Junk Food,” New York Times (February 20, 2013).

5) Paul K. Piffa, Daniel M. Stancatoa, Stéphane Côtéb, Rodolfo Mendoza-Dentona, and Dacher Keltnera, “Higher Social Class Predicts Increased Unethical Behavior,” Proceedings of the National Academy of Sciences, 109: 4086-4091 (2012), doi:10.1073/pnas.1118373109/-/ DCSupplemental.

6) Richard Tomkins, “Kotler’s Feast of Ideas,” Financial Times (May 29, 2003).

7) Fred Magdoff, “An Ecologically Sound and Socially Just Economy,” Monthly Review 66.4 (2014): 23-34.

* Fred Magdoff è professore emerito di impianti e scienza del suolo presso l’Università del Vermont e un commentatore di lunga data su temi politico-economici. E’ coautore, con John Bellamy Foster, di “La grande crisi finanziaria” (2009) e “Quello che ogni ambientalista ha bisogno di sapere sul capitalismo” (2011) – entrambi pubblicati da Monthly Review Press.

Il problema è il capitalismoultima modifica: 2014-11-16T14:40:35+01:00da fab_kl
Reposta per primo quest’articolo

Lascio un commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato ma sarà visibile all'autore del blog.